Per tutti coloro che si sentono legati all’intera tradizione cattolica, il Concilio Vaticano II è un argomento delicato. Da un lato sappiamo che il Concilio Vaticano II non può aver stravolto nulla di ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. Dall’altro lato viviamo in un contesto in cui molte cose sembrano essere state stravolte – e a questo proposito ci viene detto che proprio questa sarebbe la volontà del Concilio Vaticano II, che tutti dovrebbero gentilmente riconoscere. E non sono certo delle persone qualsiasi, che si potrebbero ignorare con leggerezza, a dirlo, ma molti professori di teologia, quasi tutti i commentatori dei media ecclesiastici – e anche la maggior parte dei vescovi lo afferma o, quantomeno, manifesta un tacito consenso. La contraddizione allo «spirito del Concilio» e a ciò che viene spacciato per tale appare come l’ultimo «anatema» in una Chiesa in cui, per il resto, si può dire, mettere in dubbio o esigere quasi tutto.
È quindi utile rileggere quanto criticamente Joseph Ratzinger, molto prima di diventare Benedetto XVI – lui stesso giovane professore di teologia che si era recato al Concilio con grandi speranze – già pochi anni dopo la sua laurea avesse valutato le conseguenze di questa presunta svolta verso una «nuova primavera». La sua analisi, presentata in occasione del decimo anniversario (e probabilmente leggermente rielaborata in seguito per essere inserita in uno dei suoi libri), parte da una visione spietatamente realistica e conduce alla disillusa constatazione che anche questo Concilio – come altri prima di esso – potrebbe aver mancato lo scopo per cui era stato convocato e aver arrecato alla Chiesa più danni che benefici.
Inizia una lunga citazione: «Che le nostre chiese, i nostri seminari, i nostri conventi si siano svuotati in questi dieci anni, chiunque può farselo dimostrare dagli statistici, se non se ne è accorto da sé; che il clima nella Chiesa a tratti non fosse più solo gelido, ma solo aspro e aggressivo, non ha nemmeno bisogno di essere dimostrato in modo circostanziato; che ovunque le divisioni di parte lacerino la comunità fa parte delle nostre esperienze quotidiane, che minacciano la gioia della fede cristiana. Chi afferma simili cose viene rapidamente tacciato di pessimismo e così messo al margine della conversazione. Ma qui si tratta semplicemente di fatti empirici, e doverli negare non tradisce più il pessimismo, bensì una silenziosa disperazione».
Il fatto che a un concilio possa seguire, in un primo momento, una grande confusione non è una grande sorpresa per Joseph Ratzinger. A tal proposito cita una lettera di Gregorio di Nazianzo, che nel 382 rifiutò l’invito a proseguire il Concilio di Costantinopoli con parole che suonano inquietantemente attuali: «A dire il vero, ritengo che si debba fuggire da ogni concilio dei vescovi, poiché non ne ho mai visto uno concludersi felicemente; né l’abolizione dei mali…, ma sempre ambizione o litigi sul modo di procedere». Dai contemporanei di Gregorio e dal suo amico Basilio egli riporta giudizi ancora più severi. Per lui i concili dell’epoca hanno portato a «un disordine e una confusione spaventosi» e hanno riempito l’intera Chiesa di un «chiacchiericcio incessante».
Continua qui Solo con il senno di poi – secondo Joseph Ratzinger – i grandi concili del IV secolo sono diventati riconoscibili come fari della Chiesa, che hanno contribuito a chiarire l’identità della fede nel corso del tempo. Tuttavia, il giudizio dell’allora professore sugli effetti di questi concili non è del tutto positivo. Con palpabile dolore, egli ricorda le gravi divisioni che ne seguirono e che inflissero alla Chiesa ferite che ancora oggi non sono state sanate: «I fedeli eredi del grande vescovo Cirillo di Alessandria si sentirono traditi dalle formule che si opponevano alla loro sacra tradizione; come cristiani monofisiti, essi costituiscono ancora oggi in Oriente una minoranza significativa, che semplicemente con la loro esistenza ci fa intuire ancora qualcosa della durezza delle lotte di allora».
I Padri del Concilio Vaticano II speravano di poter evitare conseguenze così gravi rinunciando a ogni dogmatizzazione. «Un Concilio che non dogmatizzasse e non escludesse nessuno», affermava Joseph Ratzinger, «sembrava non poter urtare nessuno, non respingere nessuno, ma solo attrarre tutti. In realtà, non ha avuto un destino diverso da quello delle assemblee ecclesiali precedenti; oggi nessuno può più negare seriamente i fenomeni di crisi in cui ha portato».
Tra le ragioni di ciò, l’allora professore ne ha sottolineate due in particolare: «Il Concilio si considerava una grande esame di coscienza della Chiesa; voleva, in definitiva, essere un atto di penitenza, un atto di conversione». Per questo motivo, ha affermato, c’era una grande disponibilità a riconoscere, più o meno senza esitazioni, tutto ciò che il mondo rimproverava alla Chiesa come una vera e propria colpa della Chiesa nei confronti del mondo. Per non caricarsi di nuove colpe, si è voluto vedere e riconoscere ovunque solo il buono e ciò che meritava di essere fatto proprio. Ma ciò non solo ha portato a una crisi identitaria generale, ma ha anche aperto un profondo divario con la sua intera tradizione, che ora doveva apparire priva di valore. Per questo motivo, molti avrebbero considerato un nuovo inizio radicale come l’unica alternativa.
Come seconda ragione, Joseph Ratzinger ha individuato l’ottimismo ingenuo dell’era Kennedy. «Possiamo realizzare tutto, se solo lo vogliamo e impieghiamo i mezzi necessari. Proprio la frattura nella coscienza storica, l’addio autoflagellante al passato, ha dato origine all’idea di un’ora zero, in cui tutto ricomincia da capo e ora finalmente si rimedia a tutto ciò che finora era stato fatto male. Il sogno della liberazione, il sogno del «tutto altro» (!), che poco dopo assunse un carattere sempre più violento nella rivolta studentesca, aleggiava in un certo senso anche sul Concilio; fu proprio esso a ispirare inizialmente le persone e poi a deluderle». La conclusione che il professor Ratzinger trae da entrambi questi motivi è devastante. Laddove la penitenza porta solo al negativo, si trasforma fin troppo facilmente in superbia; la vera penitenza, invece, «conduce al Vangelo, cioè alla gioia, anche alla gioia di sé stessi. La forma di autoaccusa raggiunta nel Concilio nei confronti della propria storia non ha più colto questo aspetto e ha così portato a manifestazioni nevrotiche».
Cosa significa questa valutazione, a oltre dieci anni dalla fine del Concilio, per Joseph Ratzinger? Da dove, secondo lui, bisogna partire per avviare quella corretta ricezione del Concilio che non è ancora stata avviata? Per rispondere a questa domanda, egli esamina alcuni dei concetti fondamentali che hanno caratterizzato le discussioni del Concilio.
In primo luogo, esamina il concetto di «communio», ovvero la «teologia del Popolo di Dio» così fortemente sottolineata nell’ultimo Concilio. Nell’attuazione di questa teologia, il Concilio e i suoi attuatori avrebbero commesso gravi errori, interpretando «communio» e «collegialità» quasi esclusivamente sotto forma di organi, consigli, comitati e conferenze. A tal proposito afferma: «Nessuno può dubitare che la proliferazione incontrollata di tali organi abbia portato a un incredibile spreco di energie e alla produzione di montagne di carta inutili; nel contempo, le migliori risorse sono state consumate in discussioni infinite che nessuno voleva, ma alle quali non si poteva comunque sfuggire nelle nuove forme».
Egli esamina inoltre il concetto di «semplicità», ripetutamente propagandato, chiarendo che con «semplicità» non si intendeva povertà o rinuncia all’ornamento, ma innanzitutto la legittima insistenza sulla ragione e sulla razionalità, che non devono essere intese in contrapposizione alla fede in Cristo. Nella pratica, tuttavia, ciò si è spesso tradotto in una sottomissione al concetto di razionalità dell’Illuminismo e al diktat dello spirito del tempo.
A conclusione delle sue riflessioni, già a metà degli anni ’70 Joseph Ratzinger tracciò un bilancio che fa riflettere, destinato a non piacere a tutti coloro che oggi vogliono elevare a superdogma quel Concilio che rinuncia a ogni dogmatizzazione. Alla fine del Concilio, Karl Rahner aveva paragonato la mole di carta prodotta alle enormi quantità di pechblenda necessarie per ricavarne un po’ di radio. Ma tra la pechblenda e il radio esiste almeno un legame certo: dove c’è pechblenda, c’è anche radio. «Ma non esiste un nesso altrettanto necessario tra la pechblenda fatta di parole e carta e la vivente realtà cristiana. Che il Concilio diventi una forza positiva nella storia della Chiesa dipende solo indirettamente dai testi e dagli organi. È determinante se ci sono persone – i santi – che, con l’impegno incondizionato della propria persona, realizzano qualcosa di vivo e di nuovo».
Ratzinger conclude con il pensiero inquietante che oggi dovremmo «essere abbastanza autocritici da riconoscere che l’ingenuo ottimismo del Concilio e la presunzione di molti di coloro che lo hanno sostenuto e propagandato giustificano in modo spaventoso le cupe diagnosi di ecclesiastici del passato sul pericolo dei concili. Non tutti i concili validi sono diventati concili fecondi anche dal punto di vista della storia della Chiesa; di alcuni, alla fine, rimane solo un grande nulla.»
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Tutte le citazioni sono tratte da «Zur Ortsbestimmung von Kirche und Theologie heute» in Joseph Ratzinger, Theologische Prinzipienlehre, Donauwörth 2005, pp. 383–395.