Flavio Giuseppe non era né un apostolo né un discepolo di Cristo. Nato verso l’anno 37, questo storico ebreo, discendente da una famiglia sacerdotale di Gerusalemme, partecipò alla vita politica e religiosa del suo tempo prima di stabilirsi a Roma. Verso il 93-94, portò a termine le sue Antichità giudaiche, un vasto racconto nel quale compare un passaggio divenuto celebre con il nome di Testimonium Flavianum. Il testo greco trasmesso evoca Gesù, la sua condanna da parte di Ponzio Pilato e la fedeltà dei suoi discepoli. Ma contiene soprattutto questa affermazione straordinaria: Gesù sarebbe apparso loro vivo il terzo giorno, in conformità con le profezie.

Sorge immediatamente una difficoltà. Come uno storico ebreo, che non aveva abbracciato la fede cristiana, avrebbe potuto riconoscere con tanta esplicitezza Gesù come il Cristo e affermare la sua Risurrezione?

È questa contraddizione apparente che Jesús Fernández-Pedrera Correa cerca di chiarire. In una pre-pubblicazione depositata il 15 agosto 2026 su Zenodo, egli confronta quattro tradizioni di trasmissione del passaggio: greca, latina, araba e siriaca. Le versioni conservate in particolare presso san Girolamo, Agapio di Ierapoli e Michele il Siro presentano alcune formulazioni più prudenti. Laddove il testo greco afferma che Gesù « era il Cristo », altre tradizioni indicano che era considerato tale. Nella tradizione araba, l’apparizione di Gesù vivo dopo la crocifissione è riportata come un’affermazione dei suoi discepoli. Questa distinzione muta profondamente la portata storica della testimonianza. Giuseppe non avrebbe necessariamente professato la fede nella Risurrezione: avrebbe potuto riferire ciò che i primi cristiani proclamavano.

Sarebbe tuttavia eccessivo concludere che queste versioni tarde restituiscano con certezza il testo originale. Lo stesso ricercatore riconosce i limiti di questa ricostruzione. Ma un altro studio, pubblicato nel 2025 da Oxford University Press, conferisce a questa discussione una dimensione ulteriore. In Josephus and Jesus: New Evidence for the One Called Christ, il docente statunitense T. C. Schmidt difende un’autenticità molto più estesa della testimonianza di Giuseppe. La sua analisi del lessico, delle circostanze storiche e dei rapporti dell’autore con le autorità di Gerusalemme porta a prendere in considerazione un’ipotesi particolarmente interessante: Giuseppe avrebbe potuto disporre di informazioni provenienti da uomini legati ai processi dei primi apostoli, o addirittura a quello di Gesù.

Questa possibilità non dimostra affatto che egli avrebbe incontrato testimoni diretti della Risurrezione. Essa invita nondimeno a riconsiderare la vicinanza storica tra il suo racconto e le prime generazioni cristiane. L’opera ha del resto suscitato discussioni accademiche, in particolare nel Journal of Theological Studies nel 2026.

Un elemento antico rafforza ulteriormente l’interesse del dibattito. Nel III secolo, Origene affermava che Giuseppe non riconosceva Gesù come il Cristo. Questa osservazione sembra difficilmente conciliabile con alcune espressioni del testo greco trasmesso oggi e alimenta l’ipotesi di interventi cristiani successivi.

Al contrario, un altro riferimento delle Antichità giudaiche, dedicato a Giacomo, « fratello di Gesù detto Cristo », è generalmente considerato autentico dagli storici. La posta in gioco supera infine la sola critica dei manoscritti. In un secondo studio pubblicato nell’agosto 2026, Jesús Fernández-Pedrera Correa interroga anche i limiti di un metodo storico che escluderebbe, per principio, ogni spiegazione soprannaturale. Un’interrogazione filosofica legittima, che non può tuttavia valere come prova del miracolo.

Poiché la storia può stabilire l’antichità di una proclamazione, studiare i suoi testimoni e verificare la trasmissione dei testi. Essa non può, con questi soli mezzi, dimostrare che il Cristo sia realmente uscito dal sepolcro. Per la Chiesa, questa distinzione non toglie nulla alla portata della ricerca. Il cristianesimo afferma sin dalle sue origini che la Risurrezione non è un semplice simbolo spirituale, ma un evento reale, verificatosi nella storia.

San Paolo lo scriveva già, pochi decenni dopo la crocifissione: « Se Cristo non è risorto, vana è la nostra predicazione e vana anche la vostra fede » (1 Cor 15,14). Duemila anni dopo, la domanda rimane intatta sia per lo storico sia per il credente: che cosa sapeva realmente Flavio Giuseppe di quell’uomo crocifisso a Gerusalemme, i cui discepoli affermavano fosse tornato in vita?