“Sull’elezione di Ratzinger pesa un’ombra”: sono le parole di un autorevole storico del Cristianesimo  – pure progressista – come Alberto Melloni che spiegano un dettaglio importantissimo sulla sede impedita di Benedetto XVI, la quale ha reso antipapi tanto Bergoglio quanto Prevost. 

Come abbiamo già visto, https://www.youtube.com/watch?v=y_JKMlniHZg&t=2s nella sua Declaratio del 2013, Benedetto XVI denunciò, con “commissum” un misfatto compiuto da un manipolo di cardinali alla sua stessa elezione, nel 2005. La parola commissum fu modificata nel testo proposto al pubblico dal Card. Bertone e da Mons. Giampiero Gloder per tentare maldestramente di far passare quella che era una decisio, un decreto penale di sede impedita, come un’abdicazione. 

I due interessati non hanno smentito nemmeno una petizione pubblica con circa 2000 firme di fedeli in tal senso 

https://www.petizioni.com/petizione_a_ser_card_tarcisio_bertone_ha_cambiato_lei_il_testo_della_declaratio_di_benedetto_xvi

e sono stati oggetto di un esposto dello scrivente https://www.youtube.com/watch?v=JMiQPQTUfFM presso l’Ufficio del Promotore di Giustizia che, come noto, sta conducendo un’indagine sulla questione. 

Lo stesso antipapa Francesco, nel volume “El Sucesor”, del 2024, riferisce come, nel conclave 2005, al terzo scrutinio, si fosse creato uno stallo: Ratzinger con 72 voti e lui stesso, Bergoglio, candidato del “Gruppo di San Gallo”, con 40. 

Nessuno dei due riusciva a sfondare la soglia dei 2/3 della maggioranza per essere eletto papa. Così, il rischio era che decadessero entrambi i candidati e la gran parte dei voti confluisse su un candidato di compromesso che avrebbe goduto di una larga maggioranza. 

Come confermato da padre Silvano Fausti, https://www.youtube.com/watch?v=D8fohQqCfj0&t=558s  il card. Martini preferì far eleggere Ratzinger stornando i voti del suo partito sul teologo tedesco: l’obiettivo inevitabile era quello di far nascere il governo di Benedetto XVI come un’”anatra zoppa”, ovvero con una minoranza di fatto. Questa mancanza di “forze” – politiche, ovviamente – condurrà Benedetto nel 2013 a ritirarsi facendosi collocare, con una geniale Declaratio, in sede impedita da un conclave abusivo, convocato a papa non morto e non abdicatario al munus petrino. Qui lo studio completo: www.codiceratzinger.eu/pdf

Alla manovra elettorale dei mafiosi di San Gallo accenna proprio il prof. Melloni in un articolo sul Corriere del 27 giugno 2007 di cui scrive il vaticanista Sandro Magister QUI: «I 40 voti andati a Bergoglio al terzo scrutinio “in altri tempi avrebbero fatto cadere la candidatura” di Ratzinger; se ciò non avvenne, è proprio perché i cardinali sapevano che “anche con la maggioranza semplice Ratzinger sarebbe salito al trono di Pietro”. Melloni non sottoscrive del tutto questa lettura dei fatti. Dice che sarebbe più importante sapere “chi, come e che cosa abbia spostato un ulteriore pacchetto di voti su Ratzinger” nel pomeriggio del 19 aprile 2005, consentendogli di superare i due terzi. Il sottinteso è che a far ciò sia stato il cardinale progressista Carlo Maria Martini, al fine di sventare “una soluzione di carattere politicistico ancor più temibile”: leggi l’elezione del cardinale Camillo Ruini. In ogni caso, sostiene Melloni, sull’elezione di Ratzinger a papa pesa “un’ombra”: “È evidente dalla odierna riforma che Benedetto XVI vuole liberare da questa ombra il successore e in certo modo anche se stesso”».

Melloni aveva ragione, e infatti dobbiamo tornare a un dimenticatissimo motu proprio di Benedetto XVI dell’11 giugno 2007. 

Come scrive Magister, i media diedero ben poco risalto a questo pur importantissimo atto papale e il card. Bertone cercò di svagare sulla questione, fingendo con i giornalisti di non ricordare i voti che avevano raggiunto i due candidati. Fa sorridere come, ancor oggi, sul sito vaticano sia presente questo motu proprio, intitolato De Aliquibus Mutationibus In Normis De Electione Romani Pontificis, https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/la/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070611_de-electione.html solo nelle versioni latina, tedesca e francese e non, come avviene sempre, anche in italiano e inglese.

Un patetico tentativo della Segreteria di Stato del 2007 a guida Bertone per escludere gli osservatori più attenti, gli italiani e gli americani, dalla facile lettura del motu proprio: qualcuno si sarebbe accorto, prima o poi che, con questo motu proprio, Benedetto XVI voleva risparmiare al suo successore una manovra analoga a quella di cui lui era stato vittima. 

Ecco il succo del motu proprio di Benedetto XVI. 

Con la costituzione Universi Dominici Gregis del 1996, Giovanni Paolo II aveva stabilito che il papa dovesse essere eletto con i 2/3 della maggioranza. Se però, dopo 34 scrutini (circa due settimane), non   fosse ancora uscito un nuovo pontefice, il quorum poteva scendere alla maggioranza assoluta, cioè 50% +1.

Fu un provvedimento davvero dannoso, per il quale bisogna ringraziare il canonista card. Mario Francesco Pompedda. Immaginiamo un cardinale conservatore che, su 100 votanti, prende 60 voti. Ha la maggioranza assoluta, ma non i 2/3. I suoi sostenitori potrebbero tenere duro fino al termine dei 34 scrutini, ma sarebbe inutile resistere. Infatti, per via della pressione mediatica sul conclave, nessuna minoranza terrebbe duro per due settimane sapendo già che perderà. Così, le possibili soluzioni restano: 1) decadono entrambi i candidati e si vota presto un terzo nome di compromesso con i 2/3 della maggioranza. 

2) voto per “anatra zoppa”: il candidato in vantaggio viene eletto coi voti degli avversari. Esattamente quanto si verificò con Ratzinger: una maggioranza fittizia che gli produsse otto anni di inferno. 

Così, Benedetto XVI, appena eletto, sia in considerazione dell’età, sia forse immaginando che qualcuno avrebbe potuto fargli la pelle (come tentarono a Cuba nel 2012), eliminò la scorciatoria del quorum al 50%+1 e stabilì che, dopo 34 scrutini, dovessero rimanere votabili al ballottaggio i due candidati più votati, sempre con 2/3 della maggioranza. In tal modo, nel conclave la coscienza dei cardinali sarebbe stato “stressata” fino a separare per bene il grano dalla pula e l’eletto avrebbe goduto di un’ampia maggioranza onesta e veridica, senza anatre zoppe. 

In sintesi: lo stesso prof. Melloni ha confermato con le sue considerazioni che l’elezione di Ratzinger fu ottenuta con una maggioranza fittizia voluta dalla Mafia di San Gallo; il motu proprio di Benedetto XVI conferma quanto egli stesso aveva subìto in conclave; il nascondimento del motu proprio da parte di Bertone conferma ancora una volta che fu lui a falsificare la Declaratio per farla sembrare un’abdicazione. Infine: la traduzione corretta del prof. Gian Matteo Corrias della Declaratio, è del tutto coerente con il latino, con il diritto canonico, con lo svolgersi dei fatti e con l’autorevole parere di un autorevole storico del Cristianesimo. 

Dopo Benedetto XVI, Bergoglio antipapa e Prevost antipapa. Cosa fare? 

Leone XIV non è il papa non solo per l’antipapato di Bergoglio, ma anche per i 133 elettori convocati (13 in più rispetto al consentito) e una serie di altre infrazioni che i fedeli troveranno elencate nella petizione – diffida collettiva qui disponibile per la firma online. https://www.petizioni.com/diffida_collettiva_e_istanza_formale_di_accertamento_canonico_su_elezione_leone_xiv

La Santa Sede sa tutto, è perfettamente informata. Devono intervenire i veri cardinali pre 2013, ma aspettano che il popolo cattolico si alzi per far rispettare i propri diritti.

Andrea Cionci