Gli “ultimi tempi”, secondo la fede cattolica, sono iniziati con la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo, nella cui Persona Dio si è rivelato pienamente all’umanità. Non si tratta di un conto alla rovescia verso la fine del mondo, ma di un’era in cui gli tutti gli uomini siamo chiamati a rispondere alla Verità rivelata in Cristo. 

In questo tempo, falsi profeti e inganni spirituali abbondano, come Gesù stesso avverte:

“Quando vi diranno: ‘Ecco il Cristo è qui’ o ‘È là’, non andate e non seguiteli.” (Luca 17, 23).

Accogliere senza discernimento questi messaggi significa bere un veleno per l’anima; al contrario, pregare, discernere e rimanere fedeli al Magistero rappresenta la via sicura per custodire la fede.

 

Il veleno delle false profezie.

Negli ultimi anni, visioni, apparizioni, presunte locuzioni e segni divini si diffondono rapidamente, soprattutto attraverso social network e gruppi online. Attirano l’attenzione e generano entusiasmo, ma quasi mai provengono da Dio.

La fede cattolica mette in guardia: non tutto ciò che appare luminoso lo è davvero. Le false profezie, pur seducenti, possono corrodere la vita spirituale e condurre all’errore.

La Scrittura è chiara: “Sorgeranno falsi Cristi e falsi profeti, e faranno grandi prodigi e segni, per ingannare, se possibile, anche gli eletti.” (Matteo 24, 24).

Anche le lettere ai Tessalonicesi e l’Apocalisse confermano che l’inganno può assumere forme straordinarie.

Senza sano discernimento, il credente, in balia di queste derive, rischia quindi un progressivo indebolimento della fede e della capacità di distinguere il vero dal falso.

 

Il Magistero cattolico: guida sicura.

Il pericolo diventa ancora più grave quando una presunta profezia contraddice il Magistero. Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che esso è l’autorità suprema nell’interpretazione della dottrina (can. 751, 752 CIC), mentre il Catechismo (§67) ribadisce che le rivelazioni private non possono superare la Rivelazione definitiva in Cristo.

Ne consegue che nessuna rivelazione privata può prevalere sulla dottrina ufficiale: può essere un aiuto, ma solo se letta alla luce del Magistero.

 

Il silenzio della Chiesa e il vuoto interpretativo.

In tale contesto, il prolungato silenzio delle autorità ecclesiastiche dinanzi ai dubbi – sollevati da più fronti e mai ufficialmente fugati – circa la validità della rinuncia di Benedetto XVI, ha generato un profondo smarrimento tra i fedeli. Tale incertezza, proiettandosi inevitabilmente sulla legittimità del Conclave del 2013 e del pontificato di Francesco, finisce per gravare anche sull’elezione di Leone XIV. Quest’ultima appare ancor più controversa a causa della partecipazione di 133 cardinali elettori: un numero che eccede di 13 unità il limite massimo di 120 fissato dalle costituzioni apostoliche Romano Pontifici Eligendo e Universi Dominici Gregis, ammesso senza che alcun Pontefice avesse mai formalizzato una specifica deroga.

In tale alveo si inseriscono le numerose istanze pubbliche e l’esposto alla magistratura vaticana presentati dal Dott. Andrea Cionci riguardo alla tesi della sede impedita di Benedetto XVI. Tali iniziative danno voce a un’esigenza di chiarezza che, restando purtroppo inevasa, ha prodotto un vuoto interpretativo in cui proliferano letture arbitrarie e derive pseudo-profetiche che, anziché offrire risposte valide, finiscono per esacerbare confusione, errore e divisione.

 

L’indefettibilità della Chiesa.

La Chiesa però possiede una proprietà essenziale: l’indefettibilità, che implica la sua permanenza nel tempo nella medesima identità e unicità storica, garantita dalla continuità della successione petrina, nonché l’impossibilità di errare nel trasmettere il deposito della fede. Essa si fonda sulla promessa di Cristo: “Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.” (Matteo 16, 18).

Ne consegue che la Chiesa non può mutare la propria identità né professare errori in materia di fede e morale; eventuali errori devono essere ricondotti non alla Chiesa in quanto tale, ma all’azione di uomini che, pur operando al suo interno, risultano solo apparentemente dotati dell’autorità di Cristo, non avendola validamente ricevuta per via canonica. Eppure riescono a introdurvi contenuti erronei, anch’essi fintamente validi e pertanto destinati, prima o poi, a essere dismessi.

La Chiesa rimane dunque custode della Verità, guidata dallo Spirito Santo (Lumen Gentium, §25) e da ciò deriva una conseguenza logica: chi oggi, dichiarandosi cattolico, afferma che la Chiesa sia divenuta totalmente asservita al maligno e quindi abbia cessato di essere la “Luce delle Genti”, cade in grave contraddizione, poiché nega proprio quel principio – l’indefettibilità – che avrebbe dovuto costituire il fondamento della sua stessa fede.

Accogliere profezie o messaggi in contrasto con il Magistero si rivela, dunque, non solo spiritualmente pericoloso, ma logicamente incoerente: equivarrebbe a recidere il legame con quella Chiesa che, per fede, si è riconosciuta come guida certa verso la salvezza. Sebbene ferita e a tratti irriconoscibile, essa rimane l’unica vera Sposa di Cristo, la cui identità è garantita dal sigillo ininterrotto della Successione Apostolica, unico solco in cui la Verità si conserva integra attraverso i secoli.

 

Il “Piccolo Resto”.

Il concetto biblico di “Piccolo Resto” identifica quel nucleo di credenti che preserva la fedeltà a Dio nei tempi della prova. Come profetizzato da Isaia (10, 20-22), giungerà il giorno in cui i superstiti d’Israele “…non si appoggeranno più su chi li ha percossi, ma si appoggeranno con lealtà sul Signore”. Un richiamo che trova eco nelle parole di San Paolo ai Romani (11, 5-6): “Così anche nel tempo presente vi è un resto secondo l’elezione della grazia…”. La vera fedeltà, dunque, non si misura sulla base del numero o del consenso, ma sulla coerenza con la Tradizione e il Depositum Fidei, custoditi con fermezza anche di fronte all’insidia del dubbio e del disorientamento spirituale.

In tale prospettiva, con la massima umiltà e il dovuto ossequio — ma con ferma apertura al confronto — si rileva come l’autentica valenza biblica del termine diverga radicalmente dalle interpretazioni diffuse in quegli ambiti “post-ecclesiali”. Questi ultimi, avendo ripudiato la Chiesa perché ritenuta irrimediabilmente corrotta, riducono il “Piccolo Resto” a un’entità scissa e posta in aperto contrasto con l’istituzione. Al contrario, il Catechismo della Chiesa Cattolica (§670-677, §748) riferisce tale concetto alla Chiesa stessa: essa è il solo luogo in cui il resto fedele trova protezione e guida, configurandosi dunque come una realtà intranea e mai antagonista ad essa.

Anche San Leone Magno, nelle Lettere e nei Sermoni, sottolinea come, nei tempi di eresie e divisioni, un “piccolo resto” rimanga fedele al vero Papa e al Magistero.

Il concetto di “Piccolo Resto” in senso cattolico non può quindi implicare un’opposizione alla Chiesa istituzionale, ma va ricondotto ad Essa come sua parte più fedele: il cuore pulsante e orante dell’unica Sposa di Cristo, che continua ad offrirsi e a sperare in un’epurazione del suo Corpo – e con esso del mondo intero – dal potere satanico, senza per questo mai considerarsi un’entità separata o peggio contrapposta.

E d’altronde, a suffragare tale interpretazione concorre la mera etimologia del termine: il “resto” è, per definizione, ciò che re-sta, cioè la parte dell’intero che permane nel luogo d’origine senza cambiare stato. Esso non si può contrapporre alla porzione che si è “staccata” perché, ontologicamente, ne condivide l’identità più profonda: entrambi “sono” la medesima sostanza.

La differenza non può quindi che essere esclusivamente quantitativa e, con specifico riferimento alla questione in esame, anche qualitativa: mentre una parte dell’intero si attiva per assumere una funzione o una forma specifica, il “(piccolo) resto” (che è l’altra parte dell’intero) agisce come fondamento e testimone della totalità originaria. Non vi può dunque essere conflitto (che sarebbe un ob-stare, uno stare contro), ma una permanenza che permette alla parte attiva di manifestarsi senza mai tradire la comune appartenenza alla matrice originale.

In definitiva il “Piccolo Resto” non può che intendersi come quel gruppo di fedeli che, pur consapevole delle possibili anomalie intervenute nel governo della Chiesa dal 2013 ad oggi, rimane comunque visibilmente al suo interno per esercitare una necessaria funzione di supplenza. Esso custodisce l’integrità dell’intero e si adopera con prudenza, giustizia, temperanza e fortezza, affinché l’affermazione della Verità e la sana dottrina possano essere restaurate nella loro pienezza.

 

Pseudo-papi e scismi.

Un esempio lampante di deriva spirituale – fenomeno invero ricorrente nella storia – è rappresentato da quanti si proclamano, o teorizzano di poter essere acclamati Pontefici, al di fuori dell’alveo istituzionale e in spregio alle norme sul Conclave (can. 332 §1; can. 333 §1 CIC). Simili atti, pur se sostenuti da un vasto seguito, restano privi di qualsivoglia validità canonica o dottrinale. Essi configurano il delitto di scisma (can. 1364 §1 CIC) e trascinano i fedeli in un labirinto di indottrinamento che mette a repentaglio la loro stessa salvezza spirituale.

È opportuno al riguardo precisare che le norme regolatrici della materia erano vigenti ben prima del Conclave del 2013: la loro violazione, pertanto, dovrebbe risultare inammissibile anche per chi ritiene invalida la rinuncia di Benedetto XVI e, di conseguenza, nullo il pontificato di Francesco. Tale posizione si fonda sull’assenza, nella Declaratio, dell’espressa rinuncia al munus (ufficio) petrino prescritta dal can. 332 §2 CIC; in difetto di tale requisito, l’elezione del successore risulterebbe nulla di pieno diritto ai sensi della Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis (artt. 76-77).

Tuttavia, chi sostiene tale invalidità ma – ignorando l’indefettibilità della Chiesa – giunge ora a ritenere l’istituzione sopraffatta dall’errore al punto da sentirsi legittimato a violarne le norme, incorre in un doppio cortocircuito logico. Il primo è sostanziale: equivale ad affermare che una legge perda vigore sol perché chi l’ha promulgata o la amministra sia ritenuto indegno. Il secondo è intrinseco: si pone un’insanabile dicotomia tra la denuncia di presunte irregolarità altrui e l’arrogarsi il diritto di compierle egli stesso, peraltro in palese arbitrio giuridico.

È una questione di logica elementare, eppure desta profondo sconforto constatare come persino zelanti servi di Dio – che fino a ieri rendevano testimonianza eroica alla Verità – siano oggi caduti in tale inganno.

 

Esempi dai santi.

La storia della Chiesa offre figure luminose a conferma di tali principi: San Pio X metteva in guardia dalle seduzioni di profezie ingannevoli, richiamando al dovere del discernimento e dell’obbedienza; San Francesco di Sales insegnava che l’adesione al Magistero è l’unico scudo capace di preservare l’anima dalle derive soggettivistiche; Santa Caterina da Siena, infine, testimoniò con vigore che la fedeltà alla successione apostolica e al Pontefice legittimamente eletto costituisce il presidio invalicabile contro ogni forma di inganno spirituale

 

Conclusione: sopravvivere all’inganno.

Le insidie di sedicenti profezie e falsi pontificati minacciano costantemente la vita dello spirito: solo ciò che è radicato nella Verità rivelata e nel Magistero – e suggellato dai sacri canoni (can. 332 §1, 333 §1, 1364 §1, 751, 752 CIC) – schiude realmente la via della salvezza. L’affidarsi a messaggi privi di riscontro e a proclami privi di legittimità canonica espone l’anima al rischio di un fatale traviamento. Pertanto, la prudenza, l’orazione e l’adesione filiale al Magistero autentico restano, accanto alla Scrittura e all’esempio dei santi, le bussole indispensabili per custodire intatto il deposito della fede.

Ricercare tale fedeltà è l’alto privilegio che ci approssima a Cristo, permettendoci di abitare la Sua promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28, 20). Chi persevera in questo cammino, saldo nel Vangelo e nei precetti della Chiesa, non cammina nelle tenebre, ma procede sotto lo sguardo amorevole del Signore, sostenuto dal Suo Spirito e guidato dalla vera Luce che apre le porte della beatitudine eterna.

Ancorati a questa certezza preghiamo perché lo Spirito di Verità illumini i Suoi Servi, liberi la Chiesa da ogni finzione e preservi noi da ogni male, mantenendo i nostri cuori saldi nella fede e assicurandoci la Sua protezione, affinché, sotto la difesa e il patrocinio di San Michele Arcangelo, possiamo restare fedeli all’unica Sposa di Cristo sino al giorno della Sua Gloria.

Roberto Loggia