Tra questi elementi distintivi, merita attenzione l'impatto che il vertice — e forse quelli futuri — potrebbe avere sul Vaticano: non solo nelle relazioni con le due potenze, ma soprattutto nella percezione pubblica dell'idea che la Santa Sede coltiva riguardo al rispetto dei diritti umani.
Come è noto, il Vaticano intrattiene relazioni complesse con entrambi i poli del potere internazionale. Da un lato, la tensione con Donald Trump — alimentata dalle sue personali attacchi al pontefice su Truth Social e dalle divergenze sull'opportunità di un intervento militare contro l'Iran — si inserisce in una frattura più profonda, che risale almeno all'epoca di Papa Francesco e riguarda l'intero modello culturale e geopolitico americano, fondato sul libero mercato e sulla primazia dell'individuo.
D'altra parte, persiste l'ambiguità del rapporto con la Cina post-maoista, emblematica negli controversi accordi segreti sulle nomine episcopali: un ‘segreto di Pulcinella’ che concede al Partito Comunista il potere di designare i vescovi, lasciando al Vaticano un diritto di veto puramente formale. europeanconservative.com ha fornito una ricostruzione approfondita delle fasi e del contesto che hanno portato alla stipulazione degli accordi sino-vaticani.
La Chiesa cinese sanguina
La posizione del Vaticano, che cerca di collocarsi tra questi due estremi, è molto scomoda e compromettente. Se a parole il papa rivendica il diritto della Chiesa di criticare e condannare le azioni politiche di qualsiasi figura potente del momento, in pratica, quando si tratta di difendere i cattolici oppressi in Cina, questa voce si affievolisce fino a scomparire in un imbarazzante silenzio. Come ammesso dallo stesso Leone XIV, egli non può commentare la situazione umanitaria dei cattolici cinesi.
Alla luce di tutto ciò, è sorprendente osservare che, in occasione del vertice, Trump ha trovato il tempo di fare ciò che il papa e, più in generale, la diplomazia vaticana non hanno il coraggio di fare in nome del multilateralismo e della stabilità diplomatica tanto care al Vaticano.
La questione dei diritti umani è stata toccata dal presidente degli Stati Uniti in modo limitato e indiretto. Trump aveva infatti accennato ai numerosi prigionieri politici del regime cinese definendoli ‘persone innocenti’. Prima dell'incontro con Xi Jinping, Trump aveva anche esplicitamente citato il caso emblematico di Jimmy Lai — l'editore cattolico condannato a febbraio 2026. Secondo Reuters, Trump ha descritto Lai come ‘un osso duro’, implicando che la sua liberazione sarebbe stata molto difficile.
Sebbene la Casa Bianca abbia insistito di più su questioni commerciali e geostrategiche nel suo incontro con Pechino, il caso Lai ha funzionato come un segnale politico. Trump ha infatti utilizzato il suo nome come leva umanitaria e diplomatica, insieme ad altri casi di prigionieri o dissidenti menzionati nelle discussioni precedenti il vertice.
L'incontro tra le due superpotenze, inoltre, si è tenuto un mese dopo la pubblicazione da parte di Human Rights Watch di un rapporto che denuncia un'inedita escalation nella repressione dei cattolici in Cina. Secondo HRW, il governo cinese ha intensificato sorveglianza, controlli ideologici, restrizioni amministrative e pressioni mirate a costringere i cattolici clandestini a unirsi alla Chiesa Patriottica di Stato. Le misure includono detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture e arresti domiciliari prolungati per sacerdoti e vescovi ‘non allineati’.
Ciò che appare particolarmente grave, tuttavia, è il fatto che l'accordo segreto sino-vaticano abbia rafforzato, piuttosto che frenato, la capacità del regime cinese di esercitare pressione e violenza contro i cattolici. HRW ha confermato quanto già si sapeva ufficiosamente sulla natura degli accordi, specificando che né Francesco né Leone XIV hanno mai esercitato il diritto di veto previsto, nemmeno dopo diverse violazioni dell'accordo da parte del governo cinese.
Le testimonianze raccolte sono numerose e parlano di chiese demolite, croci rimosse, fedeli minacciati. Ciò che rende questa situazione insostenibile non è solo la violenza fisica esercitata contro i cattolici cinesi, ma anche l'umiliazione morale e il senso di abbandono e tradimento che questi figli perseguitati della Chiesa non possono non percepire da parte della Santa Sede.
I cattolici cinesi che resistono alla sinizzazione del Vangelo accusano esplicitamente il Vaticano, secondo il rapporto di HRW, di favorire la fusione forzata con la Chiesa Patriottica. Ci sono casi documentati in cui le autorità comuniste avrebbero ordinato ai sacerdoti di registrarsi presso la Chiesa ufficiale del regime dicendo: ‘Il Vaticano vi ordina di unirvi all'Associazione Patriottica’.
Il nuovo dogma del multilateralismo
La difficoltà del Vaticano a cambiare approccio verso la Cina è, in larga parte, dovuta a ragioni ideologiche. Durante la Guerra Fredda, il Vaticano perseguì — soprattutto con l'ascesa di Giovanni Paolo II — una ‘politica duale’ verso il regime sovietico, due strategie diplomatiche profondamente diverse nella logica, negli obiettivi e nei mezzi.
Il papa polacco, che aveva personalmente vissuto la persecuzione nazista e poi quella sovietica, abbracciò la linea del Realpolitik, una politica fondata sulla realtà piuttosto che su principi ideologici disincarnati. Il Realpolitik significava riconoscere l'esistenza dei blocchi, agire pragmaticamente per proteggere la propria sfera di influenza ed esercitare pressione sull'avversario attraverso strumenti di soft power culturale, pur dialogando con regimi ostili.
Giovanni Paolo II credeva che il blocco sovietico sarebbe inevitabilmente crollato di fronte a un aspetto della realtà che altri attori diplomatici erano abituati a dimenticare, ovvero la dimensione spirituale della natura umana. Il marxismo, nella sua visione, era destinato a cedere dall'interno perché fondato su un presupposto falso, smentito inesorabilmente dalla natura umana. Giovanni Paolo II non mirava a gestire il comunismo, ma a superarlo.
Contemporaneamente, il Segretario di Stato Agostino Casaroli perseguiva una politica diversa, chiamata Ostpolitik. Mantenendo un dialogo costante con il regime sovietico, Casaroli credeva di poter ottenere margini di libertà graduali per le Chiese locali attraverso compromessi, accordi bilaterali e negoziati lenti — la ‘politica dei piccoli passi’.
In questo modo, il comunismo era visto come un interlocutore necessario, qualcuno da cui forse si poteva anche imparare per progredire nella vita della Chiesa. In questo modo, si tentò di ‘gestire’ il sistema opposto senza pretendere di sconfiggerlo. La storia, ovviamente, diede ragione a Papa Giovanni Paolo II.
Tuttavia, la linea di Casaroli divenne predominante nel Vaticano. Papa Benedetto XVI tentò di adattare il Realpolitik di Giovanni Paolo II alla situazione cinese e di trasferire questa strategia anche nella segreteria di Stato, senza successo. Francesco e Leone XIV hanno imboccato la strada opposta: hanno infatti portato l'Ostpolitik di Casaroli (e oggi di Parolin) sul trono di Pietro. Leone XIV, in realtà, ha fatto qualcosa di più che abbracciare il multilateralismo. Ha quasi ‘dogmatizzato’ quest'ultimo nella sua nuova enciclica, Magnifica Humanitas.
Il multilateralismo è l'adattamento dell'Ostpolitik a un contesto storico post-Guerra Fredda, in cui i blocchi non sono più solo due, ma multipli e includono anche organizzazioni internazionali e sovranazionali come l'ONU e l'UE.
Nella sua prima enciclica, Papa Leone XIV scrive che le numerose guerre di oggi sono causate anche dalla ‘crisi del sistema multilaterale’. Il papa arriva ad ammettere esplicitamente che, ‘in contrasto con la dinamica bipolare della Guerra Fredda, la proliferazione di attori e teatri di guerra rende questa mentalità [del realismo politico e della deterrenza, Nota della Redazione] sempre più fragile’.
‘Al cuore di queste questioni c'è un falso realismo, basato non solo sulla mentalità dominante della forza, ma sulla credenza culturale e antropologica che la guerra sia una parte inevitabile della natura umana’, continua il papa.
Per questo motivo, il multilateralismo sarebbe l'unica via percorribile, la via obbligata. ‘Le organizzazioni internazionali, in particolare le Nazioni Unite, sono strumenti essenziali per promuovere una civiltà dell'amore, perché possono favorire il dialogo tra le nazioni e promuovere la risoluzione pacifica dei conflitti, lo sviluppo integrale dei popoli, la protezione dei più vulnerabili, il disarmo e la cura della creazione’, specifica il pontefice.
Se la Chiesa si riduce a un attore multilaterale e a un mero garante della convivenza internazionale, che ne rimane della sua voce profetica riguardo alla natura dell'uomo e al suo destino eterno? La Santa Sede cerca di mediare a scapito della verità, ma l'unico effetto che ottiene è favorire il narrare e gli abusi di coloro che attivamente si oppongono a quella verità. Se Trump parla dove il papa tace, non è solo un problema di comunicazione. È un problema di identità.