Quando le vittime assistite da Coronado, nel luglio 2024, presentarono formalmente una richiesta per accedere al fascicolo del caso Lute, la Conferenza episcopale peruviana rispose con un comunicato nel quale annunciava che Coronado “non poteva ricevere l’approvazione per fungere da avvocato ecclesiastico” e proibiva la sua attività in cause canoniche.

Per giustificare la misura, il comunicato, emesso dopo l’assemblea plenaria dei vescovi peruviani, citava il canone 1483 del Codice di diritto canonico. Ma le conferenze episcopali non hanno potestà per inabilitare avvocati. Siamo quindi nella situazione in cui un organo privo di competenza giudiziaria ha emesso un pronunciamento pubblico contro l’avvocato di vittime di abusi.

I vescovi peruviani hanno inabilitato Coronado sulla base di accuse nei suoi confronti fondate essenzialmente sulla testimonianza di una persona adulta, identificata con le iniziali M.V.T., che ha raccontato di un incontro di carattere intimo con Coronado a Lima e di conversazioni oscene sui social. Ma Coronado precisa che “l’incontro con M.V.T. non fu intimo in alcun senso”. “È stato un incontro personale. Il racconto che questa persona ha fatto sotto la guida di Prevost è dire che io abbia vissuto in concubinato”. Un processo per diffamazione contro M.V.T. è in corso a Lima.

Nel dicembre 2024 Coronado ricevette la notifica della sua dimissione dallo stato clericale per decreto papale, ma il documento presentava un’irregolarità: non portava la firma autografa di Francesco.

In quel periodo, con un papa debilitato fisicamente e mentalmente, si parlò molto di decisioni attribuite al pontefice ma prese in modo quanto meno torbido.

La vicenda di Coronado fa parte di quel clima: la sanzione a suo carico fu “fabbricata” come punizione per aver chiesto accesso al fascicolo di Lute.

Nel frattempo, nessuno nella Chiesa si è preoccupato di offrire alle vittime un altro avvocato canonista.

Sarebbe però fuorviante mettere sulla stessa bilancia i due provvedimenti, come se si trattasse soltanto di una sproporzione di severità: il trattamento riservato a Lute e quello riservato a Coronado non sono comparabili, perché obbediscono a due logiche diverse. La dispensa concessa al primo serviva a chiudere il caso; l’accanimento contro il secondo serviva a impedire che si aprisse. Le misure durissime adottate contro il canonista, l’inabilitazione decretata da un organo che non ne aveva la potestà e, quattro mesi dopo, la dimissione dallo stato clericale per decreto privo della firma autografa del pontefice furono in fin dei conti funzionali all’ascesa di Prevost al soglio: occorreva rimuovere per tempo l’unico soggetto che, con gli strumenti del diritto, avrebbe potuto portare alla luce il fascicolo di Chiclayo.

E qui bisogna respingere una lettura consolatoria che circola perfino in ambienti critici: quella secondo cui altri avrebbero approfittato delle precarie condizioni di Bergoglio per manipolare a sua insaputa i meccanismi della giustizia ecclesiastica. Le cose non stanno così. Bergoglio doveva preparare il proprio successore e togliere di mezzo ogni ostacolo che si frapponesse a quel disegno, e vi provvide con la lucidità che gli fu propria sino all’ultimo. Attribuire alla malattia ciò che fu invece un preciso atto di governo significa concedere l’attenuante dell’incapacità proprio là dove si manifesta la premeditazione.

Di recente abbiamo poi appreso che l’attuale segretario particolare di Leone XIV, don Edgard Rimaycuna, è stato un discepolo di padre Eleuterio Vásquez. La notizia si trova in “El pastor y los lobos”, un libro di Santiago Roncagliolo elogiativo verso Leone XIV.

La rivelazione colloca quindi il collaboratore più vicino al papa nel cerchio di Lute.

A proposito di Rimaycuna ci sono altri sviluppi. Il futuro segretario di Leone XIV il giorno stesso della pubblicazione da parte della Conferenza episcopale peruviana condivise su Facebook la nota dei vescovi riguardante l’avvocato Ricardo Coronado. “Per essere informati” scrisse Rimaycuna.

In quel periodo Rimaycuna risiedeva in Italia da quasi un anno: aveva lasciato Chiclayo nell’ottobre 2023 per far parte dell’entourage dell’allora cardinale Robert Prevost, prefetto del Dicastero per i vescovi. E dopo l’elezione di Prevost come Leone XIV, fu nominato suo segretario personale l’8 maggio 2025 e, nel novembre 2025, cappellano di Sua Santità.

Rimaycuna celebrò la sua prima messa nel 2014 nella parrocchia San José Obrero de La Victoria, dove Lute era stato parroco e dove le vittime collocano parte dei fatti denunciati.

In una lettera dell’ottobre 2025 [qui] Ricardo Coronado si difende dalle accuse e ricorda che a guidare l’indagine contro di lui fu proprio l’allora vescovo Prevost, nella veste di responsabile della commissione episcopale peruviana per l’ascolto delle vittime di abusi.

Nel dicembre del 2023 la diocesi di Chiclayo ha respinto tutte le accuse, affermando che Prevost incontrò personalmente le vittime, avviò un’inchiesta canonica e inviò regolarmente i risultati al Dicastero per la dottrina della fede.

Resta un ultimo tassello, che dice più di molte analisi. La tesi in forza della quale la dispensa dallo stato clericale estingue la causa penale canonica, la tesi cioè che ha permesso di chiudere il caso Lute senza accertare nulla e senza riparare, non è un’improvvisazione di questo o quel delegato. Ha un autore e una dottrina: monsignor Jordi Bertomeu Farnós, officiale del Dicastero per la dottrina della fede e commissario pontificio per il caso del Sodalitium Christianae Vitae, che l’ha teorizzata per iscritto nel 2021 sulla rivista “Ius Canonicum” dell’Università di Navarra, ammettendo espressamente che tale via interrompe le indagini o il processo in corso senza che si giunga ad alcuna conclusione circa la colpevolezza dell’imputato, e legittimandola in nome del bonum commune.

Ebbene: questo medesimo monsignor Bertomeu è l’ufficiale del Dicastero per la dottrina della fede che il 13 agosto scorso, a Cusco, in un incontro ecclesiale presentato come tappa preparatoria del viaggio di Leone in Perù, è stato ripreso mentre deponeva con studiata compostezza le proprie foglie di coca nel «pagamento alla terra», vale a dire nell’offerta rituale alla pachamama. La cronaca ufficiale di Vatican News, che pure inquadrava l’evento nel cammino di preparazione del viaggio papale, omise tanto la cerimonia quanto la presenza di Bertomeu.

Non è un dettaglio di colore, e non è un episodio marginale. È il ritratto esatto della crisi che stiamo attraversando: il medesimo ecclesiastico che elabora la dottrina in forza della quale un accusato di abusi su tre sorelle minorenni esce dal procedimento senza sentenza, compie pubblicamente un atto di culto a un idolo infernale. I due fatti non sono scollegati, e sarebbe ingenuo trattarli come tali. La fede e la giustizia stanno o cadono insieme: chi rende omaggio alla terra non avrà scrupolo di negare alle vittime il pane della verità, perché ha già negato a Dio ciò che a Dio soltanto è dovuto. Quando l’adorazione al Dio Vivo e Vero si corrompe e le si sostituisce un atto di idolatria e di superstizione, il diritto diventa uno strumento nelle mani di chi comanda, e il Tempio, svuotato del suo Ospite divino, si riduce a un ufficio in cui si archiviano pratiche. Ma questo non costituisce un problema per chi, pochi giorni fa, esortava a convertirsi (sic) all’ideologia green.