Ho intervistato l’autore.
Padre, perché questo titolo?
Il titolo dell’opera, «La crisi della Chiesa alla luce del Mysterium Lunae», riflette il duplice desiderio di descrivere nel dettaglio l’attuale oscuramento ecclesiale e di offrire un orientamento ai fedeli. Ritengo che il Mysterium Lunae rappresenti l’immagine più indicata, offerta dalla Tradizione, per interpretare il contesto odierno mantenendo al contempo la comunione con la Chiesa.
In che cosa consiste, essenzialmente, la crisi della Chiesa?
La crisi è l’esito di un processo premeditato che ho cercato di spiegare attraverso la distinzione di due piani.
Da una parte, abbiamo l’infiltrazione «istituzionale» operata soprattutto dalla massoneria a partire dalla fine del XVIII secolo e dal comunismo per una parte del XX secolo. Questa consiste nel progressivo inserimento all’interno degli organismi ecclesiastici di uomini che non lavorano per il bene della Chiesa ma anzi, per la sua rovina. Possono essere entrati nella Chiesa già con questa intenzione eversiva, oppure possono aver «cambiato fedeltà» durante la loro carriera. Ciò che a noi risulta evidente è l’intenzione di portare la Chiesa lontano dalla sua Tradizione, per asservirla ai progetti e agli ideali propri di queste realtà. Oggi ne sono esempi la svolta green, oppure l’appoggio dell’ideologia LGBTQ+.
Il secondo piano che ho isolato è quello teologico-filosofico e riguarda la diffusione del modernismo. Esso ha agito in sinergia con l’infiltrazione istituzionale nell’obiettivo di trascinare la Chiesa lontano dalla sua tradizione bimillenaria. La questione teologica è piuttosto complessa ma si può riassumere dicendo che il modernismo reinterpreta la Rivelazione secondo categorie immanentiste, psicologiche e sociologiche, minando alla radice il concetto stesso di verità e quindi del dogma. Tutto ciò produce quel relativismo di cui tanto ci ha parlato Papa Benedetto XVI e quella mentalità fluida che oggi è sotto gli occhi di tutti. Tra i principali effetti dell’influsso modernista possiamo citare la minaccia all’unicità salvifica di Cristo, la diluizione della legge morale, l’apertura a prassi liturgiche ambigue, l’ecumenismo scriteriato…
E che cosa si intende per Mysterium Lunae?
Il Mysterium Lunae è un’immagine utilizzata dai Padri – come Origene, Ambrogio e Agostino – per descrivere alcune caratteristiche della Chiesa. Non vorrei andare troppo su tecnicismi che esulerebbero da un interesse pratico, chi fosse interessato ad approfondire la categoria può consultare lo scritto del cardinale Giacomo Biffi «Casta meretrix» o il più impegnativo «Simboli della Chiesa» di padre Hugo Rahner, fratello del più celebre Karl.
Qui vorrei dirle questo: la Luna rappresenta la Chiesa, una realtà che non brilla di luce propria perché riflette quella del Sole, Cristo. In taluni momenti della storia e oggi più che mai la Chiesa può smarrire la sua capacità di riflettere la santità del suo Fondatore a causa del peccato degli uomini che la compongono, soprattutto sul piano gerarchico. La Chiesa in questo modo diventa opaca, quasi irriconoscibile perché spogliata della sua divina bellezza.
Questa spogliazione (kenosi) è stata provvidenzialmente tematizzata da alcuni tra i più noti teologi del secolo scorso, tra cui Journet, de Lubac, von Balthasar e Ratzinger. Tutti loro, in modi diversi, hanno riflettuto sul destino di sofferenza e di passione che la Sposa di Cristo è chiamata a vivere, in conformità al suo Sposo. Ritengo che il recupero del Mysterium Lunae all’interno della teologia contemporanea sia stato provvidenziale e non è un caso che proprio l’ultimo Catechismo, ai nn. 675 e 677, parli della «prova finale» della Chiesa, cioè del destino di morte e risurrezione che essa, come il suo Signore, dovrà affrontare e forse sta già affrontando. La Chiesa come la Luna può andare incontro ad una fase calante fino quasi a scomparire, ma poi inevitabilmente si fa «nuova» e riluce all’orizzonte, rivivendo così la Pasqua di Cristo.
Il sottotitolo dice: «Come orientarsi tra massoneria, modernismo, movimenti scismatici e gnosi». Si tratta di quattro realtà distinte, che hanno tuttavia un punto in cui si saldano. Qual è questo punto? Quale il progetto comune?
Sì, come lei giustamente precisa la massoneria, il modernismo e la gnosi sono tre fenomeni distinti ma se si dovesse individuare un punto di saldatura direi che questo è l’immanentismo, ovvero la pretesa che l’uomo trovi in sé, nella storia o nel cosmo ciò che il cristianesimo afferma di ricevere da Dio: verità, norma, redenzione e compimento. In breve, è la sostituzione della Rivelazione con l’autoproduzione del sacro, lo spostamento del principio dall’alto al basso, dalla trascendenza all’interiorità o alla storia.
I movimenti scismatici di cui parlo sono le reazioni errate di alcuni gruppi di fedeli – di cui fanno parte anche sacerdoti e vescovi – allo scandalo causato dall’attuale oscuramento ecclesiale. Però, in effetti, lei ha ragione: questi movimenti scismatici condividono con le tre realtà menzionate la medesima inclinazione a voler realizzare già qui, su questa terra, il loro «progetto», la loro idea di Chiesa e questo a causa dell’incapacità di vivere all’interno della tensione tipica del cattolicesimo, dove la Chiesa oscilla tra piano divino e piano umano.
Ciò che lega massoneria, modernismo e gnosi è il medesimo respiro dissolutore e rivoluzionario: non tanto negare subito il cristianesimo, quanto svuotarlo dall’interno, sciogliendo pazientemente i legami che uniscono l’uomo alla Rivelazione, la natura alla grazia, il linguaggio alla verità e la Chiesa alla sua forma soprannaturale. Il tema, come lei ben sa, è molto complesso. Se mi consente di entrare più nel dettaglio direi che il progetto comune è il lungo lavorio di decostruzione del cattolicesimo e della civiltà cristiana in generale: colpire l’antropologia, sfigurando l’immagine di Dio nell’uomo e la famiglia come sua prima rappresentazione sociale; colpire il logos, così che la realtà non sia più letta come ordine intelligibile, ma rifatta, nominata e imposta secondo il desiderio e il potere di altre realtà politiche e culturali. Per questo l’attacco più efficace non è più frontale – com’era nell’Ottocento – ma interno, educativo, direi semantico: passa per le istituzioni e forma una nuova coscienza ecclesiale, plasma nuove gerarchie e abitua i fedeli a parole sempre più deboli e a un cattolicesimo sempre più orizzontale. Così lo spirituale proprio del cattolicesimo non viene abolito d’un colpo, ma diluito; non viene perseguitato apertamente, ma scimmiottato e riassorbito nel linguaggio dell’uomo, finché al posto del peccato resti solo la fragilità, al posto della conversione la crescita umana, al posto della verità l’autenticità, al posto della salvezza il benessere interiore, eccetera.
Lei scrive in premessa: «Considero mio dovere sacerdotale far luce sull’attuale oscuramento ecclesiale». L’espressione «oscuramento ecclesiale» mi sembra azzeccata e vorrei chiederle di spiegarla meglio.
L’espressione oscuramento ecclesiale descrive una fase storica in cui la natura divina della Chiesa e la chiarezza del suo insegnamento risultano velati da fattori umani e ideologici. L’ho usata in continuità con quanto spiegato sopra circa il Mysterium Lunae. Oggi l’insegnamento di diversi pastori sembra aver smarrito la bussola della Tradizione e genera perciò confusione e scandalo nei fedeli; la Chiesa non conserva più quella trasparenza al soprannaturale che fino a qualche decennio fa ne manifestava l’origine divina.
Se davvero crediamo che la Chiesa sia chiamata a ripercorre le orme del suo Sposo – e io personalmente ritengo di sì – allora dobbiamo accettare che a un certo punto della sua storia viva il suo Getsemani, che venga per così dire «consegnata» nelle mani de suoi nemici. Nel capitolo 22 di S. Luca, a coloro che si presentano per catturarlo, il Signore dice: «questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre» (Lc 22,22). Ecco che cos’è l’oscuramento ecclesiale, non un incidente di percorso o il fallimento della Chiesa, ma l’evento permesso da Dio affinché la sua Chiesa venga provata e ritorni a splendere più di prima.
Al culmine dei fenomeni che ho già descritto troviamo un altro grave elemento, determinante nel generare confusione nei fedeli: è il caso della «Declaratio» di Benedetto, che ha lasciato la Sede Apostolica in una situazione giuridicamente ambigua.
Vorrei spendere alcune parole anche su un altro grande problema. Vi è infatti una parte del mondo cattolico legato alla Tradizione che fa risalire l’oscuramento della Chiesa al Concilio Vaticano II, individuando proprio in esso la radice della successiva decadenza. Alcuni arrivano perfino a misconoscere l’opera di papi come Paolo VI e Giovanni Paolo II, che con grande tristezza ho sentito talvolta definire modernisti, mentre furono invece un baluardo per l’integrità della dottrina cattolica.
Nel mio libro ho cercato di mostrare che le cose non stanno così, e che occorre distinguere con rigore i documenti conciliari dai fenomeni di infiltrazione. Un conto, infatti, è lo svolgimento materiale del Concilio: sotto questo profilo, si può riconoscere – con autori come de Mattei e Romano Amerio – che non siano mancate pressioni esterne e irregolarità procedurali. Altro conto, però, è il suo esito, cioè il corpus dei documenti promulgati, che non si sono scostati dalla retta dottrina. Lo stesso cardinale Siri, che non può in alcun modo essere sospettato di progressismo, ha difeso il Concilio affermando, in sostanza, che proprio il suo esito manifesta come la Provvidenza continui a guidare la Chiesa e le abbia offerto, anzi, un orizzonte sicuro verso cui navigare. Il vero problema, dunque, non risiede nel Concilio in quanto tale, né nei Papi che lo hanno celebrato e recepito – almeno fino a Benedetto XVI – ma in quelle correnti eversive che prima, durante e dopo l’assise hanno tentato in ogni modo di trascinare la Chiesa lontano dalla verità. Queste, che spesso definisco frange gnostiche infiltrate nella Chiesa, hanno utilizzato il Concilio come slogan, come pretesto per operare cambiamenti che i documenti conciliari non avevano né richiesto, né previsto, riuscendo poi ad alimentare quella crisi postconciliare che ancora oggi viviamo in forma acutizzata.
Perché tanti sacerdoti, a quanto sembra, non avvertono, come lei, il dovere sacerdotale far luce sull’attuale oscuramento ecclesiale?
Non posso esprimere giudizi sulle intenzioni degli altri confratelli. Di certo, guardando alla mia esperienza, non si è invogliati alla trasparenza, perché la tolleranza e l’inclusività che vediamo applicate in altri ambiti, improvvisamente vengono meno quando si tratta di fare chiarezza sulle reali ragioni della crisi della Chiesa. Lei capisce bene che passa la voglia di «alzare la mano» se il semplice presentare, per onestà intellettuale, un dubbio o uno studio sul caso della «Declaratio» viene interpretato come un atto di scisma, quando in realtà vi è tutta una tradizione teologica e canonistica che ammette e legittima questo tipo di dubbio se ragionevolmente fondato. Io ho chiarito fin da subito di essere disposto a rivedere tutto e a ritrattare la mia posizione qualora mi venisse mostrato dove sbaglio: è passato un anno e mezzo da quando ho fatto presenti i miei dubia e non ho ancora ricevuto una risposta ufficiale.
A un certo punto nel libro lei torna sulla domanda: Benedetto XVI si è veramente dimesso? La sua risposta è nota: lei ritiene che non si sia dimesso ma abbia lasciato la sede impedita. Sul punto io non sono d’accordo con lei e sono dunque uno di quelli che lei chiama i «cattolici dell’obbedienza selettiva», coloro che cercano di tenere assieme il riconoscimento della legittimità del Papa e il rifiuto, totale o parziale, del suo insegnamento. Qual è l’obiezione che lei muove a tutti loro e quindi anche a me?
Innanzi tutto vorrei brevemente riepilogare ciò che scrivo nel libro circa la «Declaratio» di Benedetto XVI. I miei studi mi hanno fatto concludere che la «Declaratio» contenga un vulnus che non la rende una valida rinuncia al papato. Ciò che vorrei sottolineare è che, a differenza di altri, non mi sporgo a indagare sull’intenzione di Benedetto e, soprattutto, non dico che egli si sia posto da sé in sede impedita (un evidente controsenso logico) ma che, di fatto, se un Papa non ha abdicato ed è vivente, la sede non è vacante e, se sul soglio di Pietro siede un altro, la sede non può che essere impedita, questo secondo le categorie disponibili del diritto.
Vengo ora all’obiezione che muovo ai «cattolici dell’obbedienza selettiva».
Se si riconosce formalmente la legittimità di un Pontefice, non si può ignorare che egli gode di una speciale e permanente assistenza dello Spirito Santo, che conferisce ai suoi insegnamenti – anche a quelli non infallibili – un sigillo di verità. Sostenere che un Papa legittimo possa promuovere con una certa continuità dottrine in contrasto con la Scrittura, la Tradizione e il Magistero precedente equivale, di fatto, a svilire l’istituzione del Romano Pontefice; significa porre in questione l’idoneità dell’ufficio che nostro Signore ha affidato a Pietro e ai suoi successori per «confermare i fratelli nella fede», e quindi insinuare il dubbio che davvero «le porte degli inferi» possano prevalere sulla Chiesa.
Basta guardarsi attorno: siamo giunti a una situazione in cui ogni giorno, in qualche podcast o intervista, vi è qualcuno – anche sacerdoti e vescovi – che pesa gli atti e le parole di Leone XIV per capire se sta navigando diritto oppure no: le sembra una cosa normale? Davvero un cattolico – fosse anche sacerdote o vescovo – può così serenamente istituire un processo continuo di ortodossia a colui che si ritiene legittimamente Papa? Si sta normalizzando un atteggiamento verso l’istituto del Romano Pontefice che non è cattolico.
Chi accetta solo quei pronunciamenti che ritiene conformi alla propria interpretazione di retta dottrina trasforma il papato in un’istituzione puramente umana e opinabile.
Molti fedeli in questa posizione si rifugiano nella distinzione tra Magistero infallibile e non infallibile, sostenendo che nel secondo caso il Papa possa errare. Questa lettura però è scorretta. Il Codice di diritto canonico (Can. 752) esige un «religioso ossequio dell’intelletto e della volontà» anche per la dottrina enunciata nell’esercizio del Magistero autentico non definitivo, quindi non infallibile. Rifiutare consapevolmente tali insegnamenti può configurare un delitto canonico (Can. 1371 §1).
La mia obiezione più profonda è che questa posizione derivi dalla volontà di accettare acriticamente lo status quo. Un vero Papa non può insegnare in modo reiterato l’errore, è un’impossibilità dogmatica. Se si fosse disposti a esaminare criticamente la validità della «Declaratio» di Benedetto XVI, si potrebbe risolvere il conflitto: non si sarebbe più costretti a scegliere tra l’obbedienza al Papa e la fedeltà alla Tradizione, perché si scoprirebbe, forse, che l’autorità che emana quegli atti controversi non è un’autorità legittima.
Oggi per numerosi fedeli cattolici è oggettivamente difficile sentirsi in comunione con l’attuale gerarchia della Chiesa, a partire dal Papa. Che cosa può dire a questi cattolici che vogliono essere e restare pienamente figli della Chiesa ma avvertono che la gerarchia non li sta confermando nella fede?
A questi fedeli ho cercato di offrire un orientamento fondato sulla teologia e sulla spiritualità dei Padri della Chiesa; non solo, tra le personalità che ho citato figurano anche santa Giovanna d’Arco, don Dolindo Ruotolo e Benedetto XVI, tutti loro – come mostro nel libro – sono esempi significativi dai quali possiamo imparare ad affrontare l’attuale crisi della Chiesa.
In un tempo in cui l’insegnamento di alcuni pastori appare incerto, il rischio è quello di difendere la verità distaccandosi dalla comunione ecclesiale, rifugiandosi in «chiese» parallele o movimenti scismatici. La crisi, invece, chiama a una fedeltà più profonda, alla capacità di stare sotto la croce del Signore e della sua Chiesa insieme alla Vergine Maria. Il Vangelo ci insegna che di fronte allo scandalo della Passione la via non è la fuga.
I fedeli inoltre devono cercare di distinguere tra la Chiesa in quanto tale e quegli individui che, pur occupando ruoli visibili, agiscono come «corpi estranei» per sovvertirla dall’interno. Una corretta «teologia dell’infiltrazione» insegna che costoro non appartengono davvero al Corpo Mistico di Cristo e non possono intaccarne il fondamento divino. Come un frutto bacato non corrompe la radice dell’albero, così i ministri infedeli non possono far perire ciò che è generato dallo Spirito.
Che cosa fare, dunque?
La via per attraversare questa notte non è la rivolta e nemmeno la messa in dubbio dei Papi precedenti a Benedetto fino al Concilio Vaticano II. La via è quella silenziosa della santità e della riparazione: portare il peso del male che ferisce la Chiesa senza cedere a uno sdegno acido, vivendo piuttosto, con amore, la Passione stessa del Signore. Occorrono spirito di penitenza, un rinnovato esercizio della conversione, della preghiera, della fede, della speranza e della carità. La Chiesa non è nostra; e se crediamo a Gesù, che ci assicura che le «potenze degli inferi non prevarranno» (Mt 16,18), non possiamo pretendere di affrettare noi la separazione del grano dalla zizzania. Siamo chiamati, piuttosto, a vivere santamente dentro una Chiesa nella quale la Città di Dio e la città del diavolo restano, per ora, intrecciate.
Lei come vive dopo la scomunica? Continua a celebrare? Ha un seguito di fedeli? Quale il suo rapporto con l’ordine al quale appartiene?
Io non sono scomunicato. Purtroppo la sua domanda tradisce un malinteso abbastanza diffuso, corroborato anche da un’impropria campagna di diffamazione da parte di alcuni media. Mi consenta quindi di fare un po’ di chiarezza.
Il mio Ordine religioso ha emesso un decreto che mi accusava di scisma e di conseguenza mi dichiarava incorso nella scomunica latae sententiae e dimesso dall’Ordine. Queste sono le uniche due pene canoniche menzionate nel decreto.
In seguito a questo provvedimento ho presentato formale ricorso nei termini previsti. Pertanto, a norma di diritto (can. 700 e can. 1353 del Codice di diritto canonico), l’efficacia di ogni sanzione e del provvedimento di dimissione è sospesa in attesa della decisione definitiva dell’autorità competente. Canonicamente, la mia situazione è sub iudice: ciò significa che mantengo i miei diritti e le mie facoltà sacerdotali.
Per essere più preciso, ho presentato otto ricorsi a diversi soggetti (al Superiore Generale del mio Ordine religioso, al Dicastero per la Dottrina della fede e al Dicastero per la vita religiosa e gli Istituti di vita consacrata) e per due ordini di ragioni: da un lato i vizi procedurali nel procedimento a mio carico e dall’altro il contenuto stesso dell’accusa. Per ora ho ricevuto solo silenzio.
Inoltre, l’Ordine dei Carmelitani Scalzi, da ottobre 2024 a oggi, non ha provveduto in alcun modo al mio sostentamento, in aperta violazione dei cann.702 §2 e 1350 §1 del Codice di diritto canonico e del n. 142 delle Costituzioni dell’Ordine [[1]].
Mi sembra quindi chiaro che si sia applicato un criterio di autoconservazione, piuttosto che di giustizia. Non si è cercato di «correggere l’errore» (eventuale), ma di «neutralizzare la minaccia». I miei scritti e la mia predicazione affermano esplicitamente la fede nel Primato Petrino e la sottomissione al Romano Pontefice; la questione non riguarda l’obbedienza al Papa in quanto tale, ma la validità della «Declaratio» di Benedetto XVI. Se l’atto fosse invalido, la successiva elezione sarebbe nulla. Si tratta di un dubbio sulla legittimità di un’elezione, non di un rifiuto del Papato.
Santi come Coletta di Corbie e Vincenzo Ferrer si schierarono con colui che in coscienza ritenevano essere il vero Papa, poi rivelatosi antipapa. Erano forse scismatici per questo? No… perché hanno agito in buona coscienza. Inoltre, preciso che la dottrina canonica classica, dal Caetano a Wernz-Vidal, insegna che non commette scisma chi dubita della legittimità di un’elezione Papale sulla base di motivi probabili.
L’Ordine Carmelitano ha grossolanamente semplificato una complessa quaestio facti (la rinuncia di Benedetto XVI) in una quaestio iuris (il rifiuto dell’autorità papale). Quindi, di fatto, l’accusa si fonda su un errore di categoria.
Tutto questo per dire che la mia condizione è canonicamente distinta e non assimilabile a quella di chi ha ricevuto una condanna definitiva e passata in giudicato da parte della Santa Sede. Soprattutto non è sovrapponibile a quella di chi non ha mai presentato alcun ricorso o, peggio ancora, non si è presentato quando convocato. Da parte mia c’è sempre stata e sempre ci sarà piena disponibilità per ogni genere di convocazione.
Ci tengo, infine, a precisare che non ho «un seguito di fedeli», ma come ogni sacerdote svolgo attività pastorale, anche sui social. Chi desidera ascoltare ciò che dico può farlo liberamente, poi ovviamente nascono anche belle amicizie, come avviene in ogni relazione umana. Di certo, non ho mai avuto alcuna intenzione di costituire un gruppo parallelo alla Chiesa e non incoraggio in alcun modo l’astensionismo dai sacramenti, al contrario nell’ultimo anno ho combattuto più per far tornare i fedeli ai sacramenti che non per la questione della «Declaratio».
[1] «Chi lascia legittimamente l’Ordine o ne è stato legittimamente dimesso, non può esigere alcun compenso per qualsiasi attività svolta nell’Ordine stesso. Tuttavia, tutti i nostri religiosi siano solleciti nel Signore verso coloro che hanno lasciato l’Ordine; i superiori, poi, provvedano loro con carità ed equità un aiuto materiale e spirituale, secondo le necessità e nei limiti delle possibilità» («Regola, Costituzioni, Norme applicative dei Fratelli Scalzi dell’Ordine della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo», Roma 1987, n. 142).
________________________________