Un sínodo è (era) per definizione, un avvenimento: veniva convocato, celebrato, concluso. Così è stato per venti secoli. Il Sínodo sulla sinodalità si è concluso nell'ottobre del 2024. Il suo Documento Finale è stato consegnato. Questione chiusa, si potrebbe pensare.
Ebbene no. Al Sínodo concluso è seguita una «fase di implementazione» (2025-2028). All'implementazione segue ora una «valutazione dell'implementazione»: assemblee diocesane nel primo semestre del 2027, assemblee delle Conferenze Episcopali nel secondo, assemblee continentali nel 2028 e un'«Assemblea ecclesiale» in Vaticano nell'ottobre del 2028. E nel caso qualcuno nutrisse la speranza che la cosa finisse lì, le Note avvertono: «il cammino non si conclude, ma si apre a una nuova fase». Tra i criteri per selezionare gli assembleari figura, nero su bianco, che «siano disponibili a sostenere il processo oltre il 2028».
Cioè: oggi si recluta il personale di un processo il cui oggetto, mandato e termine nessuno conosce, perché non esiste. Il Sínodo ha scoperto il moto perpetuo. Valuteremo l'implementazione, poi implementeremo la valutazione, poi valuteremo l'implementazione della valutazione. Non è una caricatura: è, letteralmente, il calendario ufficiale.
Cos'è, giuridicamente, tutto questo? Nulla
Qui sta lo scandalo. Se lo chieda il lettore: quale natura canonica ha un'«Assemblea di valutazione diocesana»? E un'«équipe sinodale»? E un'«Assemblea ecclesiale» in Vaticano —si noti: ecclesiale, non episcopale— prevista per il 2028?
La risposta è: nessuna. Non compaiono nel Codice di Diritto Canonico. Non sono un sínodo diocesano (canoni 460-468), che ha convocazione, composizione ed effetti regolati. Non sono un concilio particolare. Non sono consigli presbiterali o pastorali, che sì esistono nel diritto e la cui funzione «propositiva e consultiva» il documento stesso riconosce di passaggio, per subito dopo articolarli con delle «équipes sinodali» che non esistono in alcun canone. Ci troviamo davanti a un'architettura istituzionale completa —équipe diocesane, nazionali e continentali, registrate in un database romano tramite un indirizzo di posta elettronica, synodus@synod.va— costruita integralmente al margine del diritto della Chiesa.
E non è un'imperfezione. È il metodo. Ciò che non ha natura giuridica non ha competenze tassate, né responsabilità esigibile, né canale di impugnazione. Un sínodo diocesano canonico vincola il vescovo a procedure precise; un'«équipe sinodale» non vincola a nulla né risponde davanti a nessuno, e proprio per questo può fare tutto: convocare, filtrare, redigere, sintetizzare ed elevare a Roma «la voce del Popolo di Dio». L'informalità non è una mancanza del sistema: è il suo vantaggio competitivo. Si governa per processo ciò che non si potrebbe governare per decreto, perché un decreto bisognerebbe fondarlo nel diritto e firmarlo.
Il diritto canonico esiste, conviene ricordarlo, per proteggere. Protege il fedele di fronte all'arbitrarietà, il parroco di fronte all'apparato diocesano, il vescovo di fronte alle pressioni, e l'intera Chiesa di fronte al capriccio delle maggiorie contingenti. Sostituire il diritto con la «facilitazione» non è una liberazione pastorale: è lasciare tutti esposti alle intemperie di fronte a chi controlla il processo.
Il Popolo di Dio, preventivamente setacciato
E chi controlla il processo? Le Note lo spiegano con candore. Le assemblee non devono «rappresentare una diocesi» —Dio ci scampi dalla rappresentanza, che ha regole— ma assicurare «persone conoscitrici dei processi in corso e capaci di interpretarli». Traduzione: militanti del metodo. La lista la redige il team sinodale, il cui requisito di ammissione è «la conoscenza del Documento Finale» e l'«esperienza diretta delle dinamiche sinodali». Il cerchio è perfetto: un comitato di convertiti seleziona un'assemblea di convertiti che valuterà la conversione, e la cui conclusione —redatta in anticipo in un «racconto narrativo» che gli assembleari ricevono per «assumerlo come proprio»— salirà a Roma come frutto spontaneo dell'ascolto.
Persino la domanda è truccata. La «domanda guida» ufficiale recita: «Quale volto concreto di Chiesa sinodale missionaria e quali nuovi cammini di sinodalità stanno emergendo nella nostra comunità?». Domanda che presuppone la risposta. Non c'è spazio per rispondere: nessuno. Non si contempla che una diocesi possa concludere che cinque anni di riunioni hanno prodotto faldoni, facilitatori e stanchezza. Il questionario ammette solo gratitudine.
E in un dettaglio che vale quanto un trattato, le Note chiedono di «prestare speciale attenzione alla partecipazione dei parroci». Si legga lentamente: bisogna fare uno sforzo speciale affinché partecipino i preti con cura d'anime. Gli uomini che battezzano, confessano, seppelliscono e sostengono la vita reale della Chiesa sono, in questo dispositivo, un collettivo periferico la cui presenza va favorita, mentre il fedele comune non compare se non come fucina di «testimonianze» che altri selezioneranno. Una Chiesa assembleare, sì, ma di assembleari scelti a dito.
Il vescovo con funzione di notaio
In questo schema, il successore degli Apostoli è ridotto a ufficiale rogante. Il documento gli assegna i verbi «convocare», «accompagnare», «riconoscere» e «validare». Se dissente dal testo che gli presenta il suo team, non lo corregge: lo «rimanda nuovamente al team, spiegando i motivi delle sue osservazioni», come chi presenta delle doglianze dinanzi a una commissione. Colui che ha per diritto divino la potestà di insegnare e governare la sua Chiesa compare qui come istanza di visto di ciò che produce una struttura che né il diritto conosce né egli ha potuto configurare liberamente, perché i criteri di composizione provenivano già da Roma.
I difensori dell'invenzione risponderanno, come sempre, che tutto è consultivo, che nulla tocca la dottrina e che il vescovo conserva l'ultima parola. Formalmente, vero. Ma il potere reale non sta nell'ultima parola bensì nella penultima: in chi redige la sintesi, chi sceglie chi parla, chi formula la domanda e chi amministra il calendario. E questo potere è stato trasferito, senza legge, senza voto e senza scadenza, a una burocrazia dell'ascolto che si è dichiarata essa stessa permanente.
Venti secoli di diritto canonico che saggiavano la risposta a una domanda —come si esercita e si limita l'autorità nella Chiesa— sostituiti da dinamiche di gruppo con facilitatore. Questa è, giuridicamente, la sinodalità infinita: non una riforma, perché le riforme si scrivono in canoni e si possono leggere, rispettare e impugnare. È lo scioglimento del governo in processo. E i processi, a differenza delle leggi, non si abrogano: si rinnovano.