Riflettendo sull’"evoluzione" del rispetto eucaristico, Papa Benedetto XVI osservava:
Anche qui sappiamo che fino al IX secolo la Comunione veniva ricevuta in piedi, in mano. Questo, ovviamente, non significa che dovesse sempre essere così. Ciò che è bello, sublime, della Chiesa è che essa cresce, matura, comprende più profondamente il mistero. In questo senso, il nuovo sviluppo iniziato dopo il IX secolo è del tutto giustificato, come espressione di rispetto, ed è ben fondato. D’altra parte, però, dobbiamo dire che la Chiesa non avrebbe potuto celebrare indegnamente l’Eucaristia per novecento anni. [1]
Questa citazione condensa le questioni teoriche fondamentali che circondano la pratica della Comunione in mano, i problemi stessi che questo articolo affronta, tra i quali la domanda più vitale è: lo sappiamo davvero per certo? C’era davvero una Comunione sulla lingua solo dopo il IX secolo? La sua comparsa fu solo il risultato di un nuovo sviluppo, mentre la norma standard in tutta la Chiesa era che i fedeli laici ricevessero il Santissimo Sacramento nelle loro mani?
Dubito che sia stato davvero così, per due ragioni principali.
La prima ragione, l’argomento vero e proprio, è quello che i sostenitori della Comunione in mano generalmente non afferrano. Perché essi, implicitamente o esplicitamente, suppongono che svelare l’essenza della dottrina della Chiesa, e quindi comprendere la vera natura del Santo Sacrificio della Messa, richiedesse tempo affinché si verificasse un certo "sviluppo", durante il quale emersero elementi del tutto nuovi. In realtà, essi non credono che la Chiesa abbia compreso il significato del Sacrificio eucaristico e del Santissimo Sacramento fin dal primo momento, e lo abbia affrontato di conseguenza sin dall’inizio.
Eppure, poiché gli Apostoli compresero la Messa fin dal primo giorno, la intesero esattamente come la Chiesa avrebbe poi insegnato al riguardo. Essi compresero anche il sacerdozio stesso. Di conseguenza, fin dall’alba della Chiesa, esisteva una distinzione tra ordinati e laici, non solo nell’amministrazione dei sacramenti in generale, ma anche nelle questioni riguardanti il Santissimo, cioè il maneggiare il Santissimo Sacramento. Pertanto, dubito che il toccare il Santissimo Sacramento da parte di fedeli non ordinati sia mai potuto essere la norma, piuttosto che una sua deviazione; in altre parole, che fosse una pratica di default legalmente permessa.
Secondo il consenso accademico attuale, la sezione del Liber Pontificalis che attribuisce a Papa Sisto I il divieto ai laici di toccare i vasi sacri è una compilazione del VI secolo (risalente circa al 530). Anche se fosse vero, il fatto che un simile decreto potesse essere compilato intorno al 530 a partire da testi precedenti – e, inoltre, che avesse autorità – prova intrinsecamente che una pratica diffusa e normativa della Comunione in mano è un’impossibilità. Una regolamentazione che andasse direttamente contro le prove teologiche e liturgiche non avrebbe mai potuto emergere nel cuore stesso della Santa Madre Chiesa.
Inoltre, se nella prima metà del VI secolo un papa, o un decreto circolato sotto l’autorità papale, vietava ai laici di toccare addirittura i vasi sacri, quanto è ragionevole supporre che questo stesso divieto non si applicasse anche ai contenuti di quei vasi? Perché qualcuno dovrebbe considerare i vasi più sacri di ciò che contenevano? Questo è tanto più vero se si considera la motivazione profondamente significativa che l’autore del decreto vi aggiunse:
È stato decretato da noi, dagli altri vescovi e dal resto dei sacerdoti del Signore, che i vasi sacri non siano toccati da nessuno se non da uomini consacrati e dedicati al Signore. È infatti oltremodo indegno che i vasi sacri del Signore, di qualsiasi tipo essi siano, servano all’uso umano e siano maneggiati da chiunque altro se non da uomini che servono il Signore e sono consacrati a Lui; affinché il Signore, offeso da tali audacie, non colpisca il suo popolo con una piaga. [2]
E quanto siamo ancora lontani, a questo punto, dal IX secolo, quando sarebbe dovuta apparire la "novità" della Comunione sulla lingua!
La seconda ragione che smaschera la debolezza della narrazione di una Comunione in mano normativa e universalmente permessa è la sorprendente mancanza di fonti che la supportino. La chiamo sorprendente perché, a causa del volume enorme di argomenti ripetitivi usati dai sostenitori di questa narrazione, il numero apparentemente considerevole delle loro presunte chiare citazioni patristiche può sembrare convincente. Tuttavia, questa illusione dura solo finché non si prende la briga di verificare le loro citazioni. A quel punto diventa chiaro che queste citazioni non riguardano ciò che pretendono, e non provano le loro veementi affermazioni. Nonostante l’idea che si è diffusa sin dall’ascesa dell’Umanesimo e della Riforma, abbiamo solo poche fonti, e per giunta dubbie sia per l’autenticità che per il significato, che mostrano come la Chiesa permettesse ai fedeli di portare a casa il Santissimo Sacramento esclusivamente in tempi di emergenza. Eppure, contrariamente alle presupposizioni della narrazione, queste fonti non testimoniano neppure che i laici toccassero effettivamente il Santissimo Sacramento con le mani.

La rappresentazione di James Tissot della Comunione durante la prima Messa, data agli apostoli inginocchiati; si noti il suggerimento che Pietro e Giovanni fungessero da qualcosa come diacono e suddiacono.
Esaminando le citazioni patristiche usate per sostenere la narrazione della Comunione in mano, emergono diversi errori altamente tipici.
Il primo è che tutti gli scritti a sostegno di questa narrazione si basano su citazioni copiate l’una dall’altra. Di regola, queste citazioni mancano di un contesto più ampio; è solo un preconcetto condiviso a collegarle in una catena di argomentazioni.
Il secondo errore è anch’esso dovuto alla mancanza di contesto, ma rappresenta un caso molto specifico: le citazioni patristiche vengono portate avanti per giustificare la Comunione in mano senza considerare se il testo in questione si riferisca a un sacerdote ordinato, a un vescovo o forse a un laico. Poiché questa distinzione fondamentale non viene mai affrontata esplicitamente nei loro scritti, sono incline a considerarla non come una semplice svista accidentale, ma piuttosto come una distorsione deliberata. È attraverso questa distorsione che autori come Sant’Agostino (Contra litteras Petiliani), Pietro Crisologo (Sermo XXXIII), o vari Ordines Romani vengono citati sia come autori che come esempi a sostegno della Comunione in mano. Queste distorsioni diventano ancora più evidenti quando il contesto viene deliberatamente cancellato, come si vede quando Dom Ambroise Verheul ha usato i puntini di sospensione per omettere i riferimenti al sacerdozio nel suo articolo «La communion dans la main», citando un’opera di Tertulliano per creare la falsa impressione che il passaggio si applicasse ai fedeli laici (in Les Questions Liturgiques et Paroissiales 2: 115-22).
Il volume travolgente di argomenti ripetitivi e confusi è di per sé un problema. Guidati da una preferenza per la quantità sulla rilevanza, il testo accumula citazioni disordinate e decontestualizzate. I sostenitori – e cercano di far sì che altri vedano – ogni singola citazione contenente le parole mani, comunione, o ricevere (accipere, ὑποδέχομαι) attraverso il filtro delle loro concezioni preconcette sulla Comunione in mano. Una ragione di ciò è l’ignoranza dell’antico rito della comunione; l’altra è una incomprensione del vero significato di questi termini.
L’ignoranza riguardo al ruolo delle mani è un errore particolarmente caratteristico. In questi scritti non si trova mai una spiegazione sul perché le mani potessero essere chiamate «adoratrici» nell’antichità, su come si possa adorare con le mani, semplicemente perché gli autori stessi non comprendono il vero simbolismo delle mani protese.
Questa mancanza di familiarità con il significato simbolico è evidente anche nell’interpretazione di vari sermoni patristici. Essi portano avanti citazioni dei Padri della Chiesa come prova della Comunione in mano che dimostrano solo l’incapacità – o la riluttanza – di chi raccoglie le citazioni di comprendere l’esegesi scritturale tropologica. Prigionieri della propria ideologia, essi interpretano i sermoni strettamente in un sensus litteralis. Un esempio altamente tipico e ricorrente di ciò è il parallelismo stabilito nei sermoni tra il toccare Cristo da parte della donna con emorragia e il «toccare» che avviene nella Santa Comunione. Sono sempre pronti a scartare la dimensione spirituale del sensus moralis, non afferrano il vero significato trasmesso attraverso l’uso del contrasto.
Eppure, questa esplorazione della narrazione non sarebbe completa senza rispondere alla domanda: come si è sviluppata in primo luogo la pretesa della sua normatività antica?
È fondamentale riconoscere in che misura la ribellione protestante abbia giocato un ruolo di primo piano in questo. Sebbene l’Umanesimo abbia intensificato il desiderio di esaminare le fonti antiche, durante la ribellione furono formulate affermazioni acute e guidate dall’ideologia molto prima che le citazioni per sostenerle venissero effettivamente raccolte. Pertanto, l’affermazione iniziale – e la più acuta – mancava di qualsiasi citazione patristica; si basava unicamente sulla pretesa di un consenso patristico definito «veterum monumenta», che avrebbe dovuto provare oltre ogni dubbio la Comunione in mano antica.
Fu proprio questa pretesa che uno dei primi ideologi della Comunione in mano, il riformatore calvinista Martin Bucer, usò per sostenere la sua posizione. Nel suo Censura super libro sacrorum (1551), scritto come critica al Book of Common Prayer di Cranmer, Bucer argomentò veementemente a favore della ricezione della Comunione in mano denunciando la Comunione sulla lingua come una pratica appartenente all’Anticristo. Egli considerava sufficiente un’affermazione feroce, il che spiega perché la sua opera manchi di una raccolta di citazioni a supporto. Tuttavia, il suo ruolo nella formazione di questa narrazione rimane ineludibile: fu il primo a conferire una connotazione duratura a citazioni patristiche non specificate. Egli riuscì abilmente a porre gli occhiali della narrazione antica della Comunione in mano davanti agli occhi di tutti.
Nel farlo, Bucer era guidato da un intento chiaro: sradicare le basi stesse che avevano reso inimmaginabile per la Chiesa la Comunione in mano dei laici come norma: il sacerdozio e la fede nella Presenza Reale. Come scrisse:
In realtà, non ho dubbi che questo uso di non porre questi sacramenti nelle mani dei fedeli sia stato introdotto per una doppia superstizione; in primo luogo, l’onore falso che vollero mostrare a questo sacramento, e in secondo luogo l’arroganza malvagia dei sacerdoti che rivendicavano una santità maggiore di quella del popolo di Cristo, in virtù dell’olio della consacrazione. [3]
Gli occhiali di Bucer divennero ineludibili anche tra i cattolici. Sebbene i testi antichi fossero noti agli uomini di Chiesa sin dalla loro composizione – essendo stati copiati dai monaci, letti, studiati e utilizzati dai chierici nel corso della storia – fu l’affermazione di Bucer che li organizzò in un quadro interpretativo. Senza dubbio, tra i cattolici, questo non comportò il desiderio di alterare la prassi ecclesiastica fino al XX secolo, eppure essi non riuscirono a liberarsi da questa interpretazione. È per questo che furono i contemporanei cattolici di Bucer, e non i protestanti, a forgiare in ultima analisi l’arsenale storico moderno per la Comunione in mano: un corpus di citazioni progettato per provare l’antichità e la normatività della pratica.
La raccolta delle citazioni patristiche fu istituita dall’opera in due volumi di Iacobus Pamelius intitolata Liturgica latinorum (1571), che fu significativa non tanto per la quantità delle citazioni, quanto per la loro contestualizzazione. In quest’opera, i titoli delle singole sezioni servivano come riassunti del contenuto, formulati come affermazioni definitive. Questi sommari concisi trasmisero un messaggio che rimane profondamente influente ancora oggi, plasmando il discorso attraverso topoi apparentemente inattaccabili: «Il Corpo del Signore fu dato in mano»; «Era permesso anche loro di portare l’Eucaristia a casa»; «Agli uomini, il Corpo del Signore fu dato nelle loro mani, e alle donne, in un panno di lino pulito».[4]
Pamelius ebbe grandi meriti nel pubblicare le opere di alcuni Padri della Chiesa, tra cui quelle di Cipriano, da cui provengono la maggior parte delle citazioni che formano la base delle osservazioni di Pamelius sul nostro tema. In uno dei suoi commentari su Cipriano, specificamente riguardo al problema gestari-gustari, Pamelius giocò anche un ruolo nella formazione di un tropo specifico legato alle citazioni. Questo, ovviamente, non perché fosse un innovatore determinato, ma perché non era familiare con la prassi antica reale di amministrazione della Comunione.
La linea continuò con Cesare Baronio, che, nella sua nota a piè di pagina (c) scritta per il 15 agosto nel Martyrologium Romanum (1586), elencava già diverse citazioni di vari autori antichi. Secondo lui, queste indicavano che un tempo era permesso ai fedeli portare a casa l’Eucaristia. Tuttavia, anche se conosceva le fonti greche solo attraverso traduzioni, come storico attento egli suppose un processo che poteva essere dedotto dalla lettera scritta alla patrizia Cesaria (attribuita a San Basilio Magno), e fornì un’interpretazione del fenomeno basata su questo. Egli riassunse il processo affermando che dopo le persecuzioni, la Chiesa abolì la possibilità di portare a casa l’Eucaristia, e si stupì che questa pratica potesse persistere per qualche tempo dopo:
Ciò che è ancora più sorprendente, tuttavia, è che dopo la pace della Chiesa stabilita sotto gli imperatori cristiani e ortodossi, questa stessa consuetudine rimase in vigore per qualche tempo. [5]
Ioannes Stephanus Durantus (Jean-Étienne Durant, 1534-89), nel suo lavoro De ritibus Ecclesiae Catholicae (1592), incorporò non solo le citazioni di Pamelius ma anche l’osservazione contestualizzante di Baronio:
Un tempo, durante i periodi di persecuzione minacciata, quando i cristiani fedeli non potevano riunirsi liberamente e ovunque per la frazione del pane e la santa comunione, ricevevano l’Eucaristia consacrata nelle loro mani dai capi delle chiese, la avvolgevano in un panno di lino pulito, la portavano a casa e la conservavano affinché potessero riceverla quando se ne presentava la necessità. [6]
Eppure, Durantus ampliò in modo significativo anche l’insieme dei riferimenti forniti da Pamelius e Baronio, tanto che nel suo lavoro compaiono già molte delle antiche citazioni citate oggi come prova della Comunione in mano.
Questa serie fu poi integrata con alcune nuove nel 1659 da Henricus Valesius (Henri de Valois, 1603-76), che presentò la storia ecclesiastica di Eusebio in greco accanto a una nuova traduzione latina. Le sue annotazioni divennero il commento permanente su Eusebio e, di conseguenza, sulle presunte citazioni sulla Comunione in mano. Il Volume 20 della Patrologia Graeca adotta queste stesse note nelle sue note a piè di pagina. [7]
Il corpus della Comunione in mano, che essenzialmente si era formato prima del XX secolo, si unì al Capitolo 17 del Libro II dell’opera di Cardinale Bona (Giovanni Bona, 1609-74) Rerum liturgicarum (1671). Spogliato del commento contestualizzante di Baronio, quest’opera presenta l’insieme classico di citazioni che sembrano provare la diffusa prevalenza e la normatività della Comunione in mano, aprendo con questo slancio:
Infatti, la Santa Comunione, secondo l’uso antico, non veniva ricevuta per bocca, come si fa oggi, ma con la mano; e chiunque la riceveva, la sollevava con riverenza alla bocca. Su questo argomento, sono disponibili innumerevoli testimonianze dei Santi Padri greci e latini; ma affinché io non sia troppo tedioso, eserciterò moderazione nel elencarle. [8]
Nonostante la «moderazione» di Cardinale Bona, la sua opera coronò il processo per cui, entro il XIX secolo, la nozione riguardante il modo antico e altomedievale di ricevere la comunione e la sua normatività era divenuta una «conoscenza» autoevidente.
Quest’opera e le citazioni in essa compilate divennero poi le fonti primarie per i liturgisti del XX secolo. Sebbene diversi ricercatori abbiano effettivamente trattato citazioni individuali, e siano stati prodotti importanti lavori sulla storia liturgica, gli studi che hanno esibito questa lista di citazioni negli anni ’60 e ’70 erano tutti legati alla battaglia empia volta a permettere la Comunione in mano. Tale fu lo studio di Dom Ambroise Verheul OSB e gli articoli di Bugnini, nei quali egli attinge ampiamente da Verheul, con alcune aggiunte prese altrove.
Inoltre, sebbene abbiano ricevuto questi loci già pronti – Verheul, ad esempio, probabilmente adottò la maggior parte delle sue citazioni dall’opera di Cardinale Bona – il suo articolo, nonostante si presenti come un vero lavoro scientifico, non contiene neppure un accenno o un riferimento a Cardinale Bona o alla sua opera. Naturalmente, il valore scientifico delle opere degli innovatori non scende a zero principalmente per questo, ma perché erano in primo luogo guerrieri ideologici che rivestirono il loro desiderio di «innovazioni profane» di un abito scientifico («gioite sempre delle innovazioni profane, disprezzate i decreti dell’antichità, e attraverso le opposizioni di una scienza falsamente chiamata, fate naufragare la fede»).[9] La loro attività essenziale consisteva effettivamente nel fare ciò che nessun studioso cattolico, teologo, liturgista o storico della Chiesa aveva mai pensato di fare fino al XX secolo: chiedere l’introduzione della Comunione in mano, come fece Dom Ambroise Verheul OSB, o presentare la sua introduzione come storicamente legittima e giustificata come continuazione della prassi antica, come fece Bugnini nei suoi scritti.

Un’illustrazione tratta da un breviario del 1914, che mostra l’immaginaria Comunione in mano dei primi cristiani
E poiché ho iniziato con una citazione di Benedetto XVI, concluderei citando l’articolo di Verheul, che supporta le grandi affermazioni di Jungmann in Missarum sollemnia – una delle fonti della conoscenza di Benedetto – con citazioni; perché è proprio questo articolo, con la sua raccolta di citazioni, che divenne il fondamento per la maggior parte degli scritti apologetici o scientifici moderni che sostengono la Comunione in mano e la presentano come storicamente normativa, anche se, essendo un articolo difficile da reperire, pochi lo conoscono personalmente. [10]
All’inizio di questo, Verheul inizia così:
Il modo di ricevere la Comunione mettendo l’ostia (pane azzimo) sulla lingua, che è tradizionale nella Chiesa occidentale, non è antico come molti pensano; risaliva sicuramente non al modo antico di ricevere la Comunione, poiché risale solo al IX secolo. Nei primi otto secoli, sia in Oriente che in Occidente, la Comunione veniva generalmente data in mano. Durante questo intero periodo, nessuno vi vedeva alcuna irriverenza. Al contrario, sorprendentemente, le testimonianze che abbiamo raccolto mostrano che questo sano e maturo modo di ricevere la Comunione andava di pari passo con il rispetto dovuto al Signore presente. Il culto e il timore del sacro non si erano ancora degenerati in ansia e scrupoli.
Riguardo al suo stesso scritto, Verheul indicò modestamente che esso «rende il nostro modo tradizionale di ricevere la Comunione altamente relativo, contro il quale le critiche stanno montando a ragione», dato che «rispetto alla Comunione in mano, sembra alquanto infantile e passivo». E per suffragare quanto riassunto prima riguardo al valore aggiunto principale dei liturgisti del XX secolo, egli presentò la ribellione contro le regole che prescrivono il modo tradizionale di ricevere la Comunione come opera dello Spirito Santo:
Qui ci troviamo di fronte a una corrente che non può più essere fermata. Opporsi a una corrente che è buona in sé, e che, con un po’ di buon senso, può essere prevista diventare universale e legalmente riconosciuta a breve, causerebbe inutili disordini; sarebbe un combattere contro i mulini a vento. Accanto all’obbedienza alla legge, c’è anche ciò che è promosso nello Spirito della Chiesa di Dio vivente. Ciò che chiamiamo obbedienza alla legge può a volte diventare disobbedienza allo Spirito di Dio.
Si tratta di affermazioni gravi; pertanto, vale la pena esaminare le citazioni che lo hanno indotto a farle. A causa dei limiti di spazio, questo non è possibile qui; pertanto, chi è interessato può leggere in dettaglio le citazioni del corpus e il loro commento in una raccolta online che ho preparato. Per scherzare gentilmente, questa raccolta di citazioni sulla Comunione in mano è stata chiamata Corpus Bugninianum.
Nel compilarla, ho seguito il metodo che ho potuto apprendere da Matías Augé, professore all’Anselmianum. Nella sua critica all’opera di Enrico Zoffoli Comunione sulla mano? Il vero pensiero della chiesa secondo la vera storia del nuovo rito, Augé cercò di confutare le tesi di Zoffoli – che argomentavano a favore della Comunione sulla lingua – lentamente e articolatamente, usando una derisione mascherata da gentilezza adatta ai sempliciotti. Il suo sforzo essenziale durante questo fu dimostrare che le citazioni di Zoffoli non sono prove sufficienti delle sue affermazioni:
La nostra conclusione, quindi, suona alquanto diversa: sulla base dei testi usati da Zoffoli, non si può dimostrare che l’amministrazione della Santa Comunione nel V-VI secolo a Roma fosse fatta sulla lingua, né che questa pratica si sia trasferita nelle regioni della Gallia nel VII secolo. Ciò che è più sorprendente in questa «vera storia» è l’omissione di testimonianze altamente esplicite della tradizione antica che parlano senza dubbio della Comunione in mano.[11]
Il metodo di Augé serve da progetto fondamentale per chiunque voglia scrutare le citazioni avanzate dai sostenitori della Comunione in mano. Adottare questo approccio è altamente gratificante, poiché dimostra che le citazioni all’interno del «Corpus Bugninianum», sia considerate individualmente che collettivamente, non riescono a sostenere ciò che Augé definisce «testimonianze altamente inequivocabili» per la pratica.
Sarebbe infatti altamente auspicabile che i ricercatori scrutino le citazioni del «Corpus Bugninianum», applicando il metodo di Augé o sviluppandone altri, e amplino e raffinino questi commentari. È giunto il momento di superare un’epoca in cui citazioni patristiche fraintese o interpretate deliberatamente vengono usate per presentare una pratica contraria alla norma come se fosse la norma stessa.

NOTE
[1] Dio è vicino a noi: L’Eucaristia, cuore della vita. Ignatius Press 2003, p. 70
[2] cfr. Decretum 70, pdf p. 52.
[3] Martini Buceri scripta Anglicana, p.462, pdf p. 460.
[4] Tomus I. pp. 201-202, pdf.
[5] p. 366; pdf p. 366.
[6] Libro I, Capitolo 16, 11, pdf.
[7] Annotationes in Librum VII, p.145, pdf p. 889.
[8] pdf, pp. 434-491.
[9] Vincenzo di Lerino; Vicentius Lerinensis: Commonitorium Cap. XXIV.
[10] pdf.
[11] link.