Portava i ragazzini nel suo letto, baciandoli a lungo sulla bocca e strusciandosi su di loro con la scusa di parlare di Dio, li faceva spogliare e li accarezzava mentre facevano il bagno nudi insieme a lui durante i campi estivi. Cene a lume di candela in cui i ragazzi venivano incoraggiati dal prete a toccarsi a vicenda, manipolazioni durate anni, fra elogi e promesse di far parte di una élite spirituale in cui le regole comuni non valgono.
Eppure tutto questo non è bastato a portare a processo l’abusatore: si è conclusa con l’archiviazione penale ed ecclesiastica la vicenda di don Valentino Salvoldi, prete della diocesi di Bergamo, responsabile di aver molestato e abusato sessualmente almeno 21 ragazzi, fra cui diversi minorenni.
Il 3 settembre 2024 la pm Elena Torresin, sostituto procuratore della Repubblica del tribunale di Udine, aveva già stabilito di non procedere nei confronti del sacerdote, oggi ottantenne, perché i reati erano risultati prescritti, decisione poi confermata nel 2025 dal Dicastero per la Dottrina della Fede, che ha deciso di «non derogare all’intercorsa prescrizione».
Papa Francesco aveva più volte ribadito che gli abusi sui minori per la Chiesa non si estinguono e che si rinuncia sempre alla prescrizione in questi casi, ma i giudici del Dicastero guidato dal prefetto Tucho Fernandez devono avere la memoria corta. D’altronde anche l’esortazione di Bergoglio alla “tolleranza zero” sugli abusi è rimasta una dichiarazione di intenti, qualcosa che è giusto dire ma che poi non si ha davvero intenzione di mettere in pratica, certo non a spese del buon nome della Chiesa e dei suoi vescovi.
Proprio sugli abusi e sul mancato ascolto delle vittime è tornato anche Papa Leone a inizio gennaio, nell’intervento conclusivo del primo concistoro straordinario del suo pontificato, tenuto davanti a 170 cardinali:
«L’abuso stesso causa una ferita profonda che forse dura tutta la vita; ma tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori».
Alla piena consapevolezza del problema da parte del Vaticano non corrisponde però un’adeguata reazione: le autorità ecclesiastiche, a tutti i livelli, continuano a tenere sigillati i cassetti con i documenti sui casi di violenza sessuale e non vedono l’ora di chiudere le spinose pratiche di pedofilia clericale, in modo da poter proseguire indisturbati, come dimostra l’inamovibile vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana (di cui abbiamo raccontato nel podcast La Confessione), oggi a processo per falsa testimonianza.
Il caso processuale di don Salvoldi è quindi molto interessante perché evidenzia il comportamento omertoso, la totale mancanza di trasparenza e il colpevole ritardo della Chiesa nei casi di abuso.
Non solo: i preti e i vescovi sono talmente indifferenti alla condizione di sofferenza delle vittime che non si preoccupano nemmeno di salvare l’apparenza e succede persino che facciano condurre le indagini sui preti pedofili alle stesse persone che si occupano dei Servizi diocesani di tutela dei minori.
Ci arriviamo. Prima, però, bisogna sottolineare che, ancora una volta, se siamo venuti a conoscenza della vicenda di un sacerdote abusante non è certo grazie a un gesto di trasparenza della Chiesa, che pure ne è la diretta responsabile, ma soltanto per il coraggio delle vittime, che lo hanno denunciato alla magistratura e alla stampa.
Primo fra tutti Stefano Schiavon, che aveva 17 anni all’epoca dei fatti e che ha rintracciato decine di ragazzi che frequentavano i campi estivi organizzati dal carismatico prete bergamasco fra gli anni Novanta e Duemila, ricostruendo con precisione la dinamica degli approcci, della manipolazione e degli abusi.
Ma chi è don Salvoldi?

Avevo raccontato la storia di Valentino Salvoldi, predatore seriale di ragazzini, in due articoli apparsi su Domani, il 27 dicembre 2023 e il 10 febbraio 2024. Ecco come Salvoldi interpretava la sua vocazione sacerdotale:
Si definisce «un mendicante d’amore», don Valentino Salvoldi, sacerdote della diocesi di Bergamo. È un predicatore appassionato, che dedica la sua vita a liberare il messaggio evangelico dai lacci in cui una chiesa, a suo dire troppo rigida, lo ha imbrigliato: parla di gioia del corpo, invita a sostituire il segno di pace al termine della messa con lunghi abbracci.
Dopo essere stato missionario in Africa, torna in Italia e all’inizio degli anni Novanta comincia ad organizzare campi per giovani adulti in cui si cala nel ruolo del prete progressista, aperto al confronto e critico della società capitalista.
Ben presto, però, decide di rivolgersi agli adolescenti perché, sostiene, è quella l’età in cui si forma la persona e dopo «è tardi per cambiare». Li invita a cercare la verità, a viaggiare e a scegliersi un maestro di vita che li guidi.
Proprio questo è il rapporto che lui instaura con i suoi “prediletti”, a cui rivolge attenzioni speciali, baciandoli sulla bocca e portandoseli nel letto “per un riposino” o per la confessione.
Sono ragazzini, alcuni hanno appena tredici anni, e l’esperienza di un campo-scuola con un sacerdote che osa dire cose trasgressive li affascina. Lui li ricompensa con complimenti e incoraggiamenti e se si ritraggono quando li tocca nelle parti intime, subito li rassicura: «quel che facciamo qui è buono».
«Era il ‘96 o il ‘97: durante un campo estivo in Val d’Ossola, Salvoldi ci ha portati a fare il bagno in una sorgente di acqua calda», racconta Samuele (nome di fantasia). «Lì, senza scambiare troppe parole, come se fosse già chiaro quel che sarebbe successo, noi ragazzi ci siamo spogliati fino a restare nudi, e così ha fatto il prete – continua Samuele – Ci siamo immersi nell’acqua e a turno abbiamo ricevuto le carezze e i baci di don Valentino. Se qualcuno aveva un principio di eccitazione, don Valentino spiegava che era “soltanto una cosa meccanica”, e che anche a lui “sarebbe partito il pistolino” - testuali parole – se l’avesse messo sotto il potente getto d’acqua termale».
Lo stesso Salvoldi, precisa Samuele, poi commentava la giornata con i ragazzi davanti alle madri che erano venute a prenderli, normalizzando così quello che era appena successo.
Nell’agosto del 2002, a Mione, in provincia di Udine, Francesco (nome di fantasia), oggi 44 anni, si ritrova a uno dei campi organizzati da Salvoldi: «creava un ambiente suggestivo per dei ragazzini, con rituali serali caratterizzati da luci soffuse e musica, in cui lui era il guru: ricordo bene di averlo visto baciare dei ragazzi», racconta.
Anche Davide (nome di fantasia), all’epoca appena ventenne, ha partecipato al campo di Mione e ricorda il clima “paraspirituale” creato dal prete e le serate a lume di candela: «un ragazzino, visibilmente depresso, era il paggetto di compagnia di Valentino», dice.
«La mia vicenda – sottolinea Davide – mostra come il prete sia capace di aspettare il momento adatto e la meccanica premeditata e dolosa del suo comportamento.
Al campo, Salvoldi non tenta approcci fisici con Davide – una volta soltanto gli si avvicina per annusargli i capelli – ma gli chiede di aiutarlo nella redazione del libro che sta scrivendo. Così Davide per un paio d’anni corregge le bozze per don Salvoldi; finito il lavoro, vuole spedirgli il testo ma il prete insiste perché, invece, glielo consegni a mano. Il sacerdote gli chiede di raggiungerlo in un paese dove si trova di passaggio; prima pranzano a casa di un amico e poi vanno all’albergo dove alloggia per discutere del libro. «Appena sono entrato nella stanza, Salvoldi mi ha messo la lingua in bocca e mi ricordo il disgusto che ho provato, la sensazione della sua barba ispida sul mento. Schifato, sono andato via subito», dice Davide.
E ancora, qualche anno dopo, ecco i ricordi di un altro testimone, Ettore (nome di fantasia): «ho partecipato a due campi di Salvoldi, nel 2006 e 2008, quando avevo 16 e 18 anni – racconta – la prima sera, don Valentino mi ha chiamato in camera sua perché voleva parlarmi. Mi ha detto di stendermi sul letto per abbracciarci, ma io mi sono rifiutato».
Ettore riesce a non farsi circuire dal prete ma si rende conto del clima particolare che lo circonda: «durante questi campi si faceva una cena a lume di candela in cui ci si imboccava a vicenda – racconta a Domani – e dopo noi ragazzi eravamo invitati a abbracciarci mettendoci l’un l’altro le mani sotto la maglietta». Non solo: «ho visto distintamente don Valentino baciare a lungo sulla bocca un ragazzo seduto sulle sue ginocchia».
Ettore è stranito ma pensa che se nessuno ha qualcosa da eccepire, forse anche i baci fanno parte del “rituale”. «Valentino diceva che le regole dell’esterno non valevano, che con lui si dovevano seguire regole nuove impostate sull’amore, il toccarsi e lo stare insieme».
Il prete si muove fra la Lombardia, Roma e l’Africa, dove ama predicare l’amore in tutte le sue forme (almeno finché non lo cacciano) e dove l’alta considerazione di sé lo porta a indulgere in qualche peccato di vanità:
Sul suo sito, i dati biografici sono generici: scrive che ha studiato per venticinque anni e per altrettanti ha insegnato filosofia e teologia morale, soprattutto come visiting professor nei Paesi del terzo mondo.
«Ora sono al servizio della Santa Sede per la formazione del clero delle giovani Chiese», aggiunge, senza specificare in cosa consista questo “servizio”. È un “fidei donum”, cioè un sacerdote mandato a esercitare il ministero in terra di missione, ma è soprattutto un autore molto prolifico: pubblica con diverse case editrici (Paoline, Elledici, Gabrielli editori, Città Nuova e altre) saggi divulgativi di morale, raccolte di preghiere, biografie, alcuni tradotti anche all’estero.
Lo stile è enfatico, zeppo di frasi ad effetto, e il tema ricorrente è l’amore in tutte le sue espressioni. Dal sito della Gabrielli editori apprendiamo che è stato docente di filosofia e teologia morale all’Accademia Alfonsiana di Roma e che «per il suo impegno è stato espulso da sette Stati africani, due volte è stato davanti al plotone di esecuzione in Nigeria ed è sfuggito alla lapidazione in Bangladesh».
In realtà, la sua docenza all’Alfonsiana si limita a un solo semestre, nel 1988-1989, «come invitato, con un corso su “Il sacro nelle culture africane”», come attesta padre Maurizio Faggioni, docente di bioetica nello stesso istituto.
È così attento a costruire la sua immagine di studioso e missionario devoto da investire qualche centinaio di dollari per l’inserimento del suo nome nell’annuario “Distinguished leadership” («per i suoi eminenti contributi come scrittore e come promotore di giustizia e di pace») pubblicato a pagamento dall’American Biographical Institute di Raleigh, North Carolina, ente più volte segnalato per truffa.
Un dettaglio che conferma l’egocentrismo del sacerdote, che durante una lezione in Etiopia nel 2002 non temeva di definire sé stesso troppo «bello e intelligente» per piacere alla chiesa; una chiesa che «ha paura di lui» e preferisce invece ordinare persone «più normali».
Non pago dell’attività dei campi scuola, Salvoldi all’inizio del Duemila decide di pensare più in grande e fonda la onlus Shalom, «un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale, avente come finalità la formazione morale e la crescita culturale dei giovani». Il suo motto è «i giovani salvano i giovani» e promette «la gioia di sentir rullare i tamburi, mentre i piedi si muovono lieti nella danza al sogno di “cieli nuovi e terra nuova”», come si legge in un volantino di presentazione. Presidente è il fratello, Giancarlo Salvoldi, politico, eletto alla Camera dei Deputati per i Verdi dal 1987 al 1992. Dopo qualche anno la onlus viene messa in liquidazione e in rete non si trovano tracce di progetti effettivamente realizzati.
Cosa fa la diocesi di Bergamo

Fratello di un ex deputato, Salvoldi è dunque un prete evanescente, un missionario senza parrocchia dalla biografia vaga e poco chiara persino alla sua stessa diocesi, che sembra conoscerlo ben poco.
Don Francesco Airoldi, vicedirettore del Servizio diocesano Tutela minori di Bergamo e cancelliere vescovile, alla richiesta di informazioni sul prete da parte dei carabinieri risponde con una lettera che abbonda di “ci risulta”, sottolineando che Salvoldi «svolge la sua attività prevalentemente al di fuori dell’aerea territoriale della diocesi di Bergamo, e per altri enti ecclesiastici».
Insomma se ne lava le mani, e altrettanto evasivo si mostra quando viene sentito il 14 novembre 2023 come persona informata sui fatti, tanto che la polizia, nel rapporto conclusivo sull’indagine inviato al Sostituto Procuratore della Repubblica, definirà «pilatesco» il comportamento dei vertici della curia bergamasca, «pronta a disconoscere in toto gli agiti del prete Salvoldi e a trincerarsi dietro a delle capziose competenze di carattere burocratico-statuale al solo fine di salvaguardare l’estraneità dai fatti della stessa diocesi».
Il Servizio diocesano Tutela minori di Bergamo aveva risposto non senza imbarazzo alla segnalazione su Salvoldi ricevuta il 18 ottobre 2023 da parte di Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso, che si faceva portavoce di «una decina di vittime» e chiedeva l’apertura di una indagine previa sul prete.
«Questo Servizio diocesano è certamente disponibile all’ascolto diretto delle persone interessate» - scriveva la referente del Centro di ascolto del Servizio diocesano Tutela minori Rosaria Cavallaro, e specificava: «per aprire con efficacia e frutto un’indagine previa è fondamentale conoscere l’identità dei segnalanti e raccogliere direttamente il loro racconto».
Lo stesso giorno, Zanardi inoltra la segnalazione anche al presidente dei vescovi, il cardinale Matteo Zuppi, e sei giorni dopo deposita un esposto in Procura.
La notizia del prete missionario troppo attento ai ragazzini arriva comunque alla stampa e il 24 dicembre sul sito della diocesi compare una nota stringata:
«In merito ad alcune notizie di stampa relative ad un anziano sacerdote del clero di questa diocesi per presunti fatti risalenti agli anni Novanta, si è già provveduto per quanto di competenza ad attivare le procedure previste dal diritto canonico, fermo restando il rispetto del lavoro della magistratura nel comune intento del giusto accertamento della verità».
Il 27 dicembre esce l’articolo su Domani e due giorni dopo Salvoldi replica dalle colonne del Corriere della Sera che è innocente e che i baci e gli abbracci «erano segni di tenerezza e pace, dell’amore per Dio» e che la sua era «una pedagogia liberatoria».
La diocesi di Bergamo e la Cei sono quindi informate sin dall’ottobre 2023 che il prete missionario Salvoldi ha il vizio dei ragazzini ma attendono più di un anno prima di mettere in moto un’indagine su di lui.
Stefano Schiavon viene infatti contattato dalla diocesi di Bergamo soltanto il 15 novembre 2024 come «persona potenzialmente informata sui fatti», 367 giorni dopo la deposizione di don Airoldi ai carabinieri. Ma se la diocesi ci ha pensato su a lungo, la testimonianza della vittima deve invece arrivare subito, al più tardi entro sei giorni, festivi compresi.
Vale la pena riportare integralmente la mail per apprezzare l’empatia della chiesa nei confronti di una potenziale vittima:
Egregio Dott. Schiavon
nel procedimento canonico che la diocesi di Bergamo sta svolgendo nei confronti del Rev. Sac. Valentino Salvoldi è emerso il Suo nome quale persona potenzialmente informata sui fatti oggetto dell’accertamento ai sensi della legge canonica.
Per questo motivo, la diocesi di Bergamo La invita a rendere testimonianza in merito ai fatti oggetto di accertamento nel suindicato procedimento canonico, precisando sin da ora che in questa sede Lei non è obbligato a comparire e a rendere testimonianza.
Qualora Lei decidesse di testimoniare, saranno a tal fine concordati data e ora della Sua audizione; qualora Lei decidesse di non aderire all’invito, il procedimento canonico farà regolarmente il suo corso.
Nel caso in cui Lei non avesse la possibilità di recarsi in Italia per rendere la testimonianza, se vorrà potrà far pervenire alla diocesi di Bergamo eventuale documentazione in Suo possesso che ritenga utile per fare verità sul caso, ovvero un Suo scritto redatto secondo verità e con modalità tali da garantirne la autenticità (ad esempio, mediante sottoscrizione digitale), entro sei giorni dalla ricezione della presente.
Con la presente si precisa che la testimonianza in ambito canonico non comporta né implica in alcun modo la privazione o la limitazione di alcun diritto avanti alla competente autorità giudiziaria dello Stato italiano, trattandosi di due ordinamenti (quello canonico e quello civile) indipendenti e autonomi e ciascuno disciplinato da proprie normative.
In attesa di un cortese riscontro, si ringrazia e si porgono distinti saluti.
Ma il bello viene ora. La mail è firmata «dottoressa Arianna Dutto, delegata all’indagine» e arriva direttamente dalla Tutela minori della curia di Bergamo (tutelaminori@curia.bergamo.it), un indirizzo mail abbastanza singolare per una persona che deve occuparsi di un’indagine su un prete pedofilo.
Altrettanto singolare è la professione dell’incaricata stessa: infatti Arianna Dutto, avvocata del foro di Milano, non solo fa parte, come si è capito, del Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo, ma è anche componente di diverse commissioni di tutela dei minori e consulente di enti ecclesiastici e ordinari della Chiesa cattolica; fa anche parte del Servizio Regionale Tutela minori del Lazio.
Un curriculum rimarchevole - non a caso viene chiamata sovente a fare formazione in ambito ecclesiastico - ma certamente non proprio una garanzia di terzietà in un’indagine per abusi su minori.
La prescrizione della Chiesa

La Chiesa di Leone XIV, in perfetta continuità con quella di Francesco, dice una sacco di belle parole sulla pedofilia e poi fa il contrario. Nella vicenda di don Valentino Salvoldi la prescrizione dichiarata dalla giustizia italiana è stata seguita a ruota da quella ecclesiastica. Papa Francesco aveva più volte ribadito che gli abusi sui minori per la Chiesa non si estinguono e quindi si deroga sempre alla prescrizione in questi casi. Ma Salvoldi l’ha fatta franca.
Vale la pena di guardare più da vicino la sua significativa vicenda, determinata dalla prescrizione e dall’omertosa copertura delle autorità ecclesiastiche, e anche il personaggio chiave dell’inchiesta, l’avvocata milanese Arianna Dutto.
Come abbiamo visto, dopo l’esposto presentato dalla Rete l’Abuso sia alla magistratura che alla diocesi di Bergamo, la curia è costretta dopo qualche tentennamento ad avviare una “indagine previa” sul sacerdote bergamasco.
Ne viene incaricata l’avvocata Dutto ma già dal primo momento si capisce che qualcosa non torna: la delegata all’indagine, infatti, contatta le vittime da un indirizzo mail che fa capo al Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo.
Quando Stefano Schiavon, una delle vittime del prete bergamasco, glielo fa notare e chiede se le persone interessate a fornire testimonianza sul caso devono contattarla a quell’indirizzo mail, l’avvocata lo dirotta candidamente sul proprio indirizzo privato:
«Trattandosi di una procedura giuridica, in osservanza ai principi di terzietà e imparzialità, è preferibile utilizzare il contatto scritto (l’indirizzo di posta elettronica a Lei indicato, dal quale sto scrivendo)».
Dutto fornisce alle vittime di Salvoldi una mail personale da utilizzare per la sua indagine sugli abusi denunciati e questo per lei risolve tutto, non sembra ravvisare alcun problema nel mantenere il duplice ruolo di membro del Servizio Tutela minori della diocesi e di persona incaricata di valutare la responsabilità di un prete denunciato proprio per abusi su minori, come se bastasse cambiare indirizzo per garantire «terzietà e imparzialità».
Senza contare che in molti scambi di mail che l’avvocata ha con le vittime, il Servizio Tutela minori della diocesi rimane comunque in copia.
Avvocata del foro di Milano ed esperta in delitti contro la persona (oggi è impegnata anche nella difesa di alcuni carabinieri coinvolti nella morte del diciannovenne egiziano Ramy Elgaml, rimasto ucciso il 24 novembre 2025 dopo un inseguimento), l’avvocata non solo fa parte di diverse commissioni di tutela dei minori, ma è sicuramente una legale di fiducia della chiesa. Rappresenta infatti la Cei nel processo in corso sul presunto uso a fini privati di oltre due milioni di euro dell’otto per mille e di fondi vaticani destinati alla diocesi di Ozieri, in provincia di Sassari; processo che vede imputato Antonino Becciu, fratello del cardinale Angelo Becciu, il vescovo di Ozieri Corrado Melis e altre sette persone, accusate a vario titolo di peculato, riciclaggio, false dichiarazioni al pubblico ministero e favoreggiamento.
Dutto ha un evidente conflitto di interessi, e non è l’unica nella Chiesa che con la destra si occupa dei minori abusati e con la sinistra degli abusatori. C’è almeno un illustre precedente, un altro principe del foro di Milano, Mario Zanchetti: avvocato dell’arcidiocesi di Milano, faceva parte della commissione diocesana per la tutela dei minori negli stessi anni in cui era il difensore di don Mauro Galli, il prete di Rozzano che aveva portato un quindicenne nel suo letto, condannato a tre anni (con patteggiamento) dalla giustizia italiana e assolto da quella ecclesiastica, che aveva giudicato «non colpevole» l’imputato.
La linea di Zuppi
Questo essere al contempo giudice e parte in causa, cioè giudice di sé stessa, questo sentirsi al di sopra delle regole, è peraltro tipico della Chiesa italiana: la Cei, per espressa dichiarazione del suo presidente, il cardinale Matteo Zuppi, non ha infatti voluto una commissione indipendente sugli abusi clericali, come è successo invece in molti altri paesi, ma ha scelto la comoda strada dell’indagine interna, che fino ad oggi ha prodotto “report” e “rilevazioni” con numeri scarni e totalmente inattendibili, risultato di questionari a cui molte diocesi non hanno nemmeno risposto (per chi vuole approfondire c’è l’ottimo lavoro di Adista, qui e qui).
Queste rilevazioni si basano proprio sull’attività dei Servizi regionali, dei Servizi diocesani e interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili di cui fa parte l’avvocata Dutto. Istituiti nel 2019 dalle Linee guida Cei e dalla Conferenza italiana dei Superiori maggiori (l’organismo che sovrintende agli ordini religiosi) su impulso del motu proprio Vox Estis Lux Mundi di papa Francesco, hanno funzionato a singhiozzo e, ancora una volta, senza la dovuta trasparenza. 32 su 130 sportelli diocesani d’ascolto per le vittime sono stati esaminati in uno studio condotto dalla Rete l’Abuso, durato due anni, che ha evidenziato come in sostanza servano a fornire informazioni alla diocesi sui preti abusanti. Lo ha detto apertamente l’avvocato Mario Caligiuri, legale della Rete l’Abuso, in una conferenza stampa del 24 febbraio 2026:
«Quando giunge una notizia di reato i centri di ascolto previsti dalle linee guida Cei non conducono formalmente a una indagine ma ne costituiscono più che altro un punto di accesso informale; ascoltano, talvolta verbalizzano e trasmettono tutto al vescovo».
Secondo quello che ha rilevato lo studio della Rete l’Abuso (qui nel dettaglio), quando una vittima si rivolge a un Centro di ascolto della diocesi si trova davanti a tre strutture che non comunicano tra di loro:
«La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima ma ignora se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.
Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che l’ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma».
Ed è quello che è successo anche a Stefano Schiavon che, dopo aver inviato la sua testimonianza il 18 novembre 2024 (entro i sei giorni concessi), non ha più avuto notizie dell’andamento dell’indagine previa fino all’11 febbraio 2025, quando l’avvocata Dutto, sempre tramite la mail del Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo, gli notifica la conclusione del suo lavoro con l’usuale fraterna empatia:
Gentilissimo,
in relazione all’indagine previa canonica avviata dalla diocesi di Bergamo nei confronti del Rev. Sac. Valentino Salvoldi, Le comunico che, terminata la fase di spettanza diocesana, il fascicolo è stato ritualmente consegnato al Dicastero per la Dottrina della Fede per le determinazioni di competenza.
Alla legittima richiesta di Schiavon di poter conoscere le conclusioni della «fase di spettanza diocesana» e di avere informazioni sul successivo iter al Dicastero per la Dottrina della Fede, l’avvocata Dutto risponde a stretto giro di posta che non può dargli nulla e fargli sapere ancora meno:
Il fascicolo è riservato e al momento la diocesi non è autorizzata a fornire alcuna informazione né alle persone che si sono dichiarate offese e hanno offerto il loro contributo, né all’indagato.
Gli atti sono stati consegnati al Dicastero per la Dottrina della Fede perché tale Dicastero ai sensi della legge canonica è competente in materia e, a questo punto, il Vescovo dovrà attendere dallo Stesso comunicazioni o istruzioni in proposito.
Ricevuti gli atti dell’indagine previa e studiati attentamente gli stessi, al Dicastero per la Dottrina della Fede si aprono varie possibilità di azione: archiviare il caso; chiedere un approfondimento dell’indagine previa; imporre misure disciplinari non penali, ordinariamente mediante un precetto penale; imporre rimedi penali o penitenze, oppure ammonizioni o riprensioni; aprire un processo penale; individuare altre vie di sollecitudine pastorale. A quel punto, la decisione sarà comunicata al Vescovo, con le adeguate istruzioni per portarla ad effetto.
Per quanto riguarda la tempistica, non è previsto un termine perentorio; in generale, è possibile ipotizzare una decisione entro sei mesi ma – come comprenderà – ogni caso ha le proprie peculiarità e, pertanto, il Dicastero potrebbe esaminare gli atti e decidere in un periodo più breve o più esteso rispetto a quanto sopra indicato.
Non esistono disposizioni specifiche che regolano la comunicazione dell’esito dell’indagine alle persone che, come Lei, si sono dichiarate offese e hanno fornito il loro contribuito nella fase dell’indagine previa.
Secondo il diritto canonico, infatti, la persona offesa non ha diritto ad alcuna informazione sull’esito del caso. A parole si incoraggiano gli abusati a rivolgersi ai Servizi di tutela dei minori presso le diocesi, nei fatti a chi denuncia un prete pedofilo non è riconosciuto nemmeno il diritto ad essere informato sull’esito dell’inchiesta.
Dunque il fascicolo di Salvoldi è approdato in Vaticano e qui, di fatto, se ne perdono le tracce. Le vittime sono invitate ad attendere un tempo indefinito e senza nemmeno la garanzia di avere prima o poi una risposta.
Passano i mesi e non succede nulla. Schiavon però è una persona tenace: ha contattato i suoi amici dei campi estivi, ha parlato con la stampa, ha denunciato e fatto aprire il caso dopo più di vent’anni; non è il tipo che si arrende senza una risposta. Così otto mesi dopo, il 7 ottobre 2025, ricontatta Arianna Dutto per chiedere notizie del procedimento. Tre giorni dopo arriva la lapidaria risposta dell’avvocata:
Egregio Professor Schiavon,
in riscontro alla Sua del 7 ottobre u.s., Le comunico che il Dicastero per la Dottrina della Fede ha ritenuto prescritti i fatti oggetto di segnalazione e di non derogare all’intercorsa prescrizione.
Schiavon prende atto: vuol sapere se le altre vittime sono state informate e, ancora una volta, chiede di poter vedere i documenti dell’intera vicenda. Ancora una volta gli viene detto di no, ma con una beffa finale: se proprio lo desidera, Schiavon potrà rivolgersi direttamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, di cui però l’avvocata Dutto non possiede nemmeno un indirizzo di posta elettronica:
Egregio Professor Schiavon,
terminata la fase di spettanza diocesana, il fascicolo è stato trasmesso al Dicastero per la Dottrina della Fede, di talché non sono in possesso degli atti, peraltro non divulgabili ai sensi della normativa canonica (nemmeno al chierico nei cui confronti è stata espletata l’indagine previa).
Ragioni di riservatezza non mi consentono di rispondere alla domanda da Lei avanzata riguardo ad altre persone.
Le indico il recapito del Dicastero per la Dottrina della Fede, al quale, se vorrà, potrà rivolgersi (non dispongo di un indirizzo di posta elettronica).
Dicastero per la Dottrina della Fede, Palazzo del Sant’Uffizio, 00120 Città del Vaticano
Cordiali saluti
Arianna Dutto - già delegata alle indagini
Schiavon, comprensibilmente, stenta a rassegnarsi e chiede ulteriori chiarimenti a Dutto: quindi Salvoldi, dopo tutto quello che è stato accertato anche in sede penale, continuerà ad essere un sacerdote, a dire messa attorniato da chierichetti e a confessare adolescenti?
L’avvocata, ormai decisamente esasperata da tanta insistenza, chiude il discorso:
Egregio Professor Schiavon,
così come in ogni altro ordinamento, anche in quello canonico l’archiviazione di un procedimento per intervenuta prescrizione comporta l’impossibilità di applicazione di una pena, ivi compresa – nel sistema canonico – la dimissione dallo stato clericale.
Al presbitero in parola – anche in ragione dei limiti di età raggiunti – non è conferito alcun ufficio o incarico ecclesiale, ivi compresi, pertanto, quelli che prevedono un contatto con minori.
Da ultimo, Le rappresento che il mio incarico nel procedimento de quo è ormai ampiamente e completamente terminato, pertanto approfitto di questa ultima occasione per un augurarLe ogni bene.
Il caso è prescritto e non si può pretendere più nulla dalla chiesa, tantomeno la dimissione dallo stato clericale del sacerdote che però, assicura la diocesi, è ormai vecchio e senza incarichi ufficiali. Schiavon e tutte le altre vittime adolescenti ingannate ed abusate da un prete, al posto della giustizia promessa dovranno quindi farsi bastare questo fragile assioma: il loro abusatore è andato in pensione e non potrà più fare (troppi) danni. Parola di vescovo.
Come ha detto Leone XIV l’8 gennaio 2026 chiudendo il concistoro straordinario, «tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori». La Chiesa che si finge scandalizzata per ciò che fa la Chiesa.