Quando il globalismo in tonaca scopre che la storia non è finita
Ci sono momenti in cui il ridicolo di un’epoca si concentra in una scena. Un miliardario della Silicon Valley si reca a Roma, parla di teologia politica, di violenza, di Girard, di Apocalisse, di Katechon — e improvvisamente una parte del clero intellettuale occidentale grida come se le orde di Attila avessero varcato le porte del Vaticano. Non è più critica. Non è nemmeno analisi. È un riflesso di sistema. Un panico di casta. Un allarme automatico di un sistema che non tollera più che si tocchino le sue icone. Ma cosa provoca questa agitazione febbrile? Che un uomo di denaro si interessi di religione? Come se il potere non avesse mai flirtato con il sacro. Come se imperi, banche, Stati, fondazioni, ONG e burocrazie non avessero mai tentato di plasmare il linguaggio morale del tempo. Come se il capitalismo globalizzato, il progressismo istituzionale e la tecnocrazia transnazionale vivessero in assenza di spiritualità, senza dogmi, senza catechismo, senza clero né inquisizione. Il più comico, in questa faccenda, è che coloro che denunciano una presunta “eresia” proveniente dalla Silicon Valley dimenticano un’evidenza: il mondo che servono è esso stesso una religione. Una religione senza trascendenza, certo. Una religione senza Dio, ma satura di morale. Una religione dell’apertura indefinita, del progresso obbligatorio, della fluidità universale, della governance senza popolo, dell’emozione come diritto, della procedura come verità, dell’umanità astratta come assoluto. La loro fede è la fine della storia. Il loro vangelo è l’illimitatezza. Il loro paradiso è la gestione. Ecco che arriva un uomo che, con tutte le sue ambiguità, tutte le sue contraddizioni, tutte le sue zone d’ombra, osa ricordare una cosa semplice: la storia non è finita. Ecco il vero scandalo. Il resto è solo decorazione.

La grande paura: il ritorno del tragico
Ciò che terrorizza alcuni commentatori non è un uomo. Non è nemmeno una dottrina coerente. È un clima. Il clima di un mondo che ricomincia a pensare in termini di potenza, di limite, di catastrofe, di contenimento, di possibile collasso, di violenza fondatrice, di disordine mimetico, di Apocalisse non come folklore di setta, ma come linguaggio di crisi. Da trent’anni, l’Occidente ufficiale viveva in una fiction molto redditizia: quella di un universo post-politico, post-tragico, post-teologico. La politica doveva dissolversi nella governance. Il religioso nell’etica umanitaria. I popoli nei flussi. I confini nel commercio. La sovranità nelle norme. La guerra nella “sicurezza internazionale”. La verità nelle procedure. Tutto era meravigliosamente pulito. Tutto odorava di sala conferenze, di rapporto di esperti, di commissioni, di think tank, di riunioni multilaterali, di consenso di Davos. E ora il reale ritorna. Ritorna con la guerra. Con le fratture civili. Con i conflitti di impero. Con la crisi della democrazia rappresentativa. Con la tecnologia diventata strumento di potenza. Con l’angoscia di un’umanità sganciata da tutte le sue forme. E alcuni riscoprono allora con orrore che le vecchie parole ritornano:
fine dei tempi
Anticristo
violenza
capro espiatorio
contenimento
Katechon
Loro ci vedono un ritorno della follia. Dovrebbero vederci il ritorno del reale.
La menzogna centrale: credere che la modernità abbia superato la teologia
Il problema di fondo è qui. Le élite tardive dell’Occidente continuano a raccontarsi che hanno superato la religione. È falso. L’hanno sostituita. Non hanno abolito il sacro; l’hanno spostato. Non hanno eliminato l’eresia; hanno cambiato i suoi criteri. Non hanno distrutto l’escatologia; l’hanno secolarizzata. La loro escatologia si chiama oggi:
società aperta
ordine internazionale basato su regole
inclusione universale
neutralizzazione dei conflitti
superamento dei limiti antropologici
progresso tecnico senza fine
È una religione integrale. Possiede i suoi testi sacri, i suoi blasfemi, le sue crociate morali, le sue scomuniche professionali, i suoi santi laici, i suoi dannati ufficiali. Coloro che se ne discostano non sono semplicemente in disaccordo: diventano sospetti. Escono dal cerchio del lecito. Non vengono più confutati; vengono medicalizzati, moralmente marchionati, teologicamente diabolizzati. È per questo che la figura di Peter Thiel scatena tante tensioni. Non perché sia puro, o coerente, o ammirevole, o esente da calcolo. Ma perché tocca l’infrastruttura religiosa del sistema. Riintroduce il tragico là dove il sistema richiedeva fluidità. Riintroduce la violenza là dove il sistema parlava di inclusione. Riintroduce il limite là dove il sistema giurava solo sull’apertura. Riintroduce la storia là dove il sistema credeva di amministrare il post-storia.
Girard: il punto cieco del progressismo
Non è un caso che René Girard sia al centro di questa faccenda. Girard è l’incubo delle religioni civiche moderne. Perché? Perché ricorda che le società umane non si reggono solo sulla ragione, né sul contratto, né sull’informazione, né sulle procedure, ma su un’economia della rivalità, del mimetismo, della violenza e del sacrificio. Gli uomini desiderano ciò che desiderano gli altri. Si scontrano. Si imitano fino all’odio. Poi cercano un colpevole. Poi si riconciliano sulle sue spalle. Questo è l’antico segreto. E invece tutta la modernità progressista si è raccontata il contrario. Si è raccontata che moltiplicando diritti, norme, mercati, reti e dispositivi, avrebbe potuto neutralizzare l’antico meccanismo. Ma non l’ha eliminato. L’ha perfezionato. Il capro espiatorio non è scomparso. Ha solo cambiato forma. Ieri era l’eretico. Oggi è il dissidente, il populista, il reazionario, il deviante ideologico, il sospetto di civiltà, l’uomo da escludere dal cerchio della rispettabilità. La folla non è morta. Ha solo imparato il linguaggio dei valori. Ecco cosa Girard rende visibile. Ecco cosa è insopportabile.
Il vero peccato di Thiel
Siamo seri: Peter Thiel non è né un santo, né un profeta disinteressato, né un nuovo dottore della Chiesa. È un uomo di potere. Un uomo di calcolo. Un uomo di reti. Un uomo di capitale. Un uomo del suo tempo, carico di tutte le ambiguità dell’età techno-oligarchica. Porta in sé le contraddizioni del mondo che critica. Denuncia alcune illusioni del liberalismo tardivo pur avendo prosperato nel suo grembo. Parla di Apocalisse dall’interno della stessa macchina. Invoca la moderazione pur appartenendo a un universo che ha largamente contribuito all’accelerazione generale. Bene. Ma proprio per questo: è ciò che lo rende interessante. Quando un uomo uscito dal cuore del capitalismo digitale inizia a parlare di Girard, di violenza mimetica, di disordine apocalittico, di falso salvataggio tecnocratico e della necessità di un freno, significa che una crepa è apparsa al centro. Il vero peccato di Thiel non è teologico. È sistemico. Consiste nel suggerire che all’interno del mondo che ha prodotto l’illimitatezza, alcuni sentono ormai che l’illimitatezza conduce all’abisso. Ecco cosa non può essere perdonato. Si può tollerare un miliardario cinico. Si può tollerare un imprenditore duro. Si può tollerare un libertario. Si può tollerare persino un oligarca. Ma non si tollera che un uomo di questo universo lasci intendere che il progresso stesso può diventare una patologia storica.
La parola proibita: Katechon
Tutto converge, in fondo, verso una parola. Una parola molto antica. Una parola pericolosa. Una parola che i moderni sopportano sempre meno. Katechon. Il katechon è ciò che trattiene. Ciò che rallenta. Ciò che impedisce il collasso totale. Ciò che contiene ancora, provvisoriamente, lo scatenamento del nulla. Il katechon non è la salvezza. Non è il Regno. Non è la giustizia perfetta. È solo il freno. La moderazione. L’ostacolo temporaneo eretto contro il caos. E invece tutta l’ideologia dominante si basa oggi sulla distruzione di questa idea. Bisogna aprire tutto. Fluidificare tutto. Deregolare tutto. Ibrido tutto. De-costruire tutto. Accelerare tutto. Superare tutto. Il katechon dice no. Dice: no, ogni limite non è un crimine. No, ogni confine non è un odio. No, ogni moderazione non è un’oppressione. No, ogni rallentamento non è una reazione. E proprio per questo questa parola ritorna. Ritorna perché il mondo ha accelerato troppo. Ritorna perché le forme umane sono state troppo dissolte. Ritorna perché nessuna civiltà sopravvive a lungo alla distruzione simultanea dei suoi freni, dei suoi patrimoni, dei suoi limiti, delle sue mediazioni. Il ritorno del katechon non è una fantasia esoterica. È il sintomo di un mondo che capisce finalmente che l’illimitato non è libertà, ma spesso il vestibolo del caos.
La vera eresia
Allora, bisogna ribaltare l’accusa. La vera eresia non è da parte di coloro che parlano ancora di tragico, di violenza, di limite, di moderazione o di fine possibile. La vera eresia è da parte di coloro che hanno assoluto un frammento di verità e ne hanno fatto una religione totale. Hanno preso:
l’individuo
la tecnica
il mercato
la fluidità
il progresso
l’umanità astratta e li hanno separati dal tutto. Poi li hanno eretti ad assoluti. Poi hanno chiesto a tutti i popoli di conformarsi a questa idolatria mobile. Ecco cos’è la vera hairesis: l’assolutizzazione di una parte staccata dall’ordine intero. Il mondo contemporaneo è eretico in senso forte. Ha fatto della mobilità un dio. Dell’apertura una morale. Della procedura una metafisica. Dell’innovazione una soteriologia. Della trasparenza un feticcio. Del futuro un ricatto. Coloro che oggi denunciano l’eresia negli altri sono spesso i grandi sacerdoti di questa religione.
Perché Roma li affascina
È logico, allora, che Roma resti un enigma. Roma non è solo il Vaticano. Non è solo l’apparato ecclesiastico. Non è solo una capitale religiosa. È un simbolo di durata, di continuità, di forma, di memoria, di universalità radicata. Per un mondo votato ai flussi, Roma è insopportabile. Perché ricorda che tutto non comincia con noi. Perché ricorda che un ordine può attraversare i secoli. Perché ricorda che esistono ancora forme lunghe, fedeltà non liquide, autorità non algoritmiche. È per questo che ogni scontro intorno a Roma è, in fondo, uno scontro sul tempo. Il tempo breve dei mercati, delle campagne, delle piattaforme, delle paure, degli emballements. Contro il tempo lungo delle civiltà, delle liturgie, delle tradizioni, delle istituzioni che sopravvivono alle mode. Non è Thiel che rende Roma infiammabile. È la debolezza nervosa di un’epoca che non tollera più l’esistenza di un luogo non totalmente solubile nella governance globale.
Il crollo del clero progressista
Ciò che colpisce infine in tutte queste denunce è la loro povertà spirituale. Ci si trova panico. Caricatura. Riflesso difensivo. Molti anatemi. Poca pensiero. Perché? Perché il clero progressista ha perso la capacità di comprendere ciò che combatte. Non sa più leggere il tragico se non come una devianza. Non sa più leggere il religioso se non come una minaccia. Non sa più leggere il limite se non come una violenza. Non sa più leggere la teologia politica se non come una contaminazione fascista. In altre parole: non sa più pensare la storia. Sa solo recitare il suo catechismo di transizione, di diversità, di inclusione, di procedura, di regole e di umanità astratta. Ma quando il reale ritorna, questo catechismo non basta più. Allora si denunciano gli “eretici”. Sempre. I sistemi in crisi fanno così. Non discutono più. Indicano. Scomunicano. Bruciano simbolicamente ciò che non riescono più a confutare.
Conclusione: ciò che vogliono bruciare, in verità
Siamo franchi. Ciò che alcuni vorrebbero bruciare non è un uomo. Non è Peter Thiel in sé. Ciò che vorrebbero bruciare è la possibilità stessa che al cuore dell’Occidente tardivo ritorni un’interrogazione più antica, più rude, più pericolosa:
cosa trattiene ancora il caos?
cosa limita l’illimitato?
cosa salva le forme?
cosa impedisce alla storia di sprofondare nella pura gestione del vuoto? Vorrebbero bruciare il ritorno del tragico. Il ritorno del politico. Il ritorno della teologia. Il ritorno del limite. Il ritorno del katechon. Ma l’epoca è cambiata. Il mondo amministrato si incrina. Le idole del progresso si crepano. I popoli si risvegliano a scosse. Gli imperi tecnologici si scoprono mortali. E le vecchie parole ritornano. Ritornano non perché un uomo le pronuncia, ma perché il reale le chiama. E proprio questo, in fondo, terrorizza i sacerdoti del sistema.
Il vero eretico: il progresso senza limiti
Da due secoli, l’Occidente si racconta una storia semplice. La storia del progresso irreversibile. Ogni generazione sarebbe più illuminata della precedente. Ogni innovazione più liberatrice della precedente. Ogni rottura più emancipatrice della precedente. La tecnica doveva liberare l’uomo dalla natura. Il mercato doveva liberare l’uomo dalla penuria. La democrazia doveva liberare l’uomo dal potere. La globalizzazione doveva liberare l’uomo dai confini. L’individuo doveva liberare l’uomo da tutte le appartenenze. Questa grande narrazione ha preso una forma quasi religiosa. Il progresso è diventato l’equivalente moderno della salvezza. Chiunque lo contesti diventa sospetto. Chiunque parli di limite diventa reazionario. Chiunque evoca la moderazione diventa sospetto di nostalgia autoritaria. E proprio qui sorge la vera eresia del nostro tempo. Perché l’eresia, nel senso profondo, consiste nell’isolare una verità parziale e innalzarla ad assoluto. E il progresso è proprio questo. Una verità parziale diventata dogma totale. Sì, l’innovazione può migliorare la vita umana. Sì, la tecnica può risolvere problemi. Sì, la scienza può illuminare il mondo. Ma quando il progresso diventa un principio senza freni, smette di essere uno strumento. Diventa un’ideologia. Un motore senza volante. Un’accelerazione senza direzione. Una potenza senza saggezza. È allora che sorgono i paradossi del mondo contemporaneo:
tecnologie capaci di dissolvere le società che pretendono di migliorare
una comunicazione universale che frammenta i popoli
una ricchezza inedita che produce nuove dipendenze
una potenza scientifica che minaccia gli equilibri biologici stessi Il progresso non è più una promessa. Diventa una forza storica autonoma, che trascina le società più velocemente di quanto possano capirsi. È qui che le antiche civiltà avevano inventato un principio semplice: il limite. I Greci parlavano di hybris. I Romani parlavano di mesura. La tradizione cristiana parlava di contenimento del caos. In altre parole: il mondo non sopravvive all’illimitatezza. Ogni civiltà duratura si basa su una tensione tra due forze: l’innovazione e la moderazione. Quando l’innovazione distrugge la moderazione, il progresso cessa di essere un progresso. Diventa un’accelerazione verso l’abisso. Ecco perché la vera eresia non è dubitare del progresso. La vera eresia è farne un assoluto. Perché la storia è piena di civiltà che sono scomparse non per mancanza di innovazione… ma per mancanza di freni. E quando un’epoca comincia a credere che ogni limite sia un’oppressione, si avvicina pericolosamente a un momento in cui il reale, brutalmente, si incarica di ristabilire la misura. Spesso nel dolore.
Quando la morale fa da schermo
Esiste oggi una meccanica ben oliata nella produzione intellettuale dominante. Ogni volta che un evento politico sfugge ai racconti autorizzati, scatta la stessa reazione. Non si cerca di capire. Si cerca di riqualificare. Presto, la morale emerge — non come esigenza etica, ma come arma di squalifica.
L’élite che rifiuta di scomparire
Il problema è semplice: una parte delle élite non sopporta più di non essere più indispensabile. Vivevano in un mondo in cui:
la sovranità era astratta
il popolo era pedagogico
il potere era diffuso
e la rendita si presentava come virtù Questo mondo si sgretola. Al suo posto emerge una nuova configurazione: più diretta, più verticale, più conflittuale. Élite che parlano al popolo senza passare per i mediatori tradizionali. E questo è insopportabile. Perché lo scandalo non è il potere. Lo scandalo è il potere fuori circuito.
Il falso processo morale
La strategia consiste allora nel moralizzare il dibattito. Si oppone “interesse personale” e “interesse collettivo” come se le cose fossero semplici. Come se coloro che vivono:
di rendita pubblica
di riproduzione istituzionale
di cooptazione simbolica fossero naturalmente dalla parte del bene comune. È una finzione comoda. La storia reale mostra l’inverso: le rotture politiche non vengono mai dalle astrazioni morali. Vengono da interessi incarnati, da conflitti assunti, da decisioni rischiose.
La morale come arma di classe
La morale invocata oggi non è universale. È sociologica. Protegge uno stile di vita. Una posizione. Un accesso privilegiato alle risorse e alla parola. Quando la morale diventa onnipresente, è perché non convince più. Quando diventa aggressiva, è perché perde la sua autorità.
Il ritorno del politico
Ciò che alcuni chiamano oggi “deriva” o “populismo” è in realtà un sintomo chiaro. La fine di un mondo governato dal racconto piuttosto che dalla decisione. Il popolo smette di essere un oggetto pedagogico. La sovranità smette di essere una parola decorativa. La politica ritorna a essere ciò che è sempre stata: un campo di conflitto.
Conclusione
Quando la morale diventa una cortina. Quando l’indignazione sostituisce l’analisi. Quando il popolo è sospettato piuttosto che ascoltato. Non è un sussulto democratico. È il canto del cigno di un ordine esausto.
“Quando un’élite sostituisce l’analisi con la morale, è raramente per difendere l’universale — è quasi sempre per difendere il proprio posto.”