Il 29 giugno 1972, nell’omelia della solennità dei Santi Pietro e Paolo, Paolo VI pronunciò una frase che sessant’anni dopo risuona ancora come una ferita aperta: ebbe la sensazione che «per qualche fessura fosse entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». Non parlava in senso metaforico. Parlava di confusione dottrinale, di dubbio, di una crisi che divorava la Chiesa dall’interno. Quel papa che aveva chiuso il Concilio con speranza contemplava, appena sette anni dopo, un panorama che non riconoscva più.

Esiste un libro che trasforma quell’intuizione in trama. Si intitola "La casa spazzata dal vento", firmato da Malachi Martin —sacerdote gesuita irlandese, dottore in lingue semitiche a Lovanio, archeologo del Mar Morto, segretario del cardinale Bea durante il Vaticano II e, in seguito, esorcista a New York. È un romanzo. Ma il suo autore sostenne fino alla sua morte, nel 1999, che era «basato all’85 % su fatti reali», e che molti dei suoi personaggi erano esistiti, anche se egli gli aveva dato nomi di fantasia.

L’apertura è di quelle che non si dimenticano. Anno 1963. In una cappella del Vaticano —e simultaneamente in un’altra negli Stati Uniti, collegate per telefono— si celebra una cerimonia di intronizzazione di Lucifero alla quale partecipano cardinali e vescovi. Martin la narra con una freddezza liturgica che gelerà il sangue: la benedizione invertita, il pentagramma, le litanie al serpente. Non è macabro fine a sé stesso. È il portico di una tesi: se il fumo di Satana è entrato nella Chiesa, qualcuno ha aperto la finestra.

A partire da lì, il romanzo dipana trent’anni di cospirazione. Una rete di ecclesiastici, politici e finanziatori —uniti dalla massoneria, dal delirio globalista e dalla sottomissione al male— lavora affinché la Chiesa cattolica rinunci alla sua condizione di Sposa di Cristo e si metta al servizio di un governo mondiale. Un solo ostacolo si frappone: un papa slavo, profondamente spirituale, assediato all’interno della stessa Curia e pressato per firmare le sue dimissioni. Per la partita decisiva, quel papa ripone fiducia in un giovane sacerdote nordamericano.

Nel cuore del libro, lo stesso pontefice immaginario raccoglie la frase di Paolo VI e la fa sua:

«Ho recentemente detto a padre Angelo che da tempo sospettavo che il mio predecessore avesse ragione quando parlò dell’entrata del fumo di Satana nella Chiesa. Oggi ne sono convinto».

Non è un omaggio colto: è la chiave di volta di tutta l’opera. Martin scrive mosso dalla convinzione che la crisi della Chiesa contemporanea non sia solo umana —tiepidezza, ambizione di potere, mondanità— ma anche sovrannaturale. Il combattimento è reale e ha due fronti. Questa è la sua scommessa narrativa e, per molti dei suoi lettori, anche la sua diagnosi.

Martin fu un autore discusso, e non poche delle sue affermazioni extraletterarie sono state messe in discussione. Ma come finzione funziona con un’efficacia devastante. Chi vuole goderselo troverà qui un thriller dal ritmo sostenuto, documentatissimo nell’ambientazione ecclesiale, che si legge con l’avidità con cui si leggono i migliori romanzi di suspense.

Sono 774 pagine. Proprio per questo è una lettura estiva: il libro che solo la tranquillità permette di affrontare senza fretta, quello che si inizia su una sdraio e non si molla finché non cala la sera. Un’estate dà per molto. Dà, ad esempio, per leggere tutto d’un fiato il romanzo più scomodo che sia stato scritto su ciò che accade nella Chiesa al suo interno.

E per tornare, chiudendolo, all’omelia del 1972 con uno sguardo diverso. Perché la domanda che Paolo VI lasciò sospesa —per quale fessura è entrato il fumo?— non ha ancora una risposta comoda. Martin non la dà. Ma la formula con una forza che, a più di venticinque anni dalla sua morte, non ha perso un grammo di attualità.

La casa spazzata dal vento, di Malachi Martin. Disponibile in librerie.