+ Ad te Domine, clamabo, Deus meus, ne sileas a me; ne quando taceas a me, et assimilabor descendentibus in lacum, canta la Chiesa nell’introito di questa Santa Messa. «A Te, o Signore, grido; o mio Dio, non esser sordo a me; ché se tu mi lasci in silenzio, sarò come coloro che scendono nella fossa».
Con queste prime parole del Salmo 27, la Sacra Liturgia esprime opportunamente l’angoscia di molte anime alla luce degli eventi ecclesiali degli ultimi giorni. Sia che si accetti o meno che la disobbedienza coscienziosa alla legge positiva (cioè, umana, non divina) (riguardo alla consacrazione dei vescovi) sia stata o sia giustificata nelle circostanze attuali, e si possa quindi tollerare una disobbedienza materiale ma non formale (cioè, di fatto gravemente peccaminosa) all’autorità ecclesiastica, ci troviamo ora di fronte a una nuova crisi – una crisi d’ordine pastorale, in cui i fedeli il cui unico desiderio è essere fedeli alla Chiesa e salvare le proprie anime e quelle delle loro famiglie sono minacciati dalla minaccia del peccato di scisma e dalla pena della scomunica. La loro angoscia è reale ed è aggravata da commenti che sono spesso tutt’altro che accurati e privi della necessaria precisione pastorale. Giustamente, sentono che tutto questo è semplicemente troppo. Con giusta causa molti gridano questa mattina: «A Te, o Signore, grido; o mio Dio, non esser sordo a me; ché se tu mi lasci in silenzio, sarò come coloro che scendono nella fossa».
Quindi, siamo chiari: non c’è peccato (di scisma o di qualsiasi altro tipo) nel semplicemente cercare la salvezza della propria anima attraverso i riti liturgici tradizionali della Chiesa, come attestano le preghiere per il Papa e il Vescovo diocesano che essi contengono. Queste preghiere testimoniano in realtà l’esatto contrario dello scisma. Sono manifestazioni pubbliche nel cuore stesso del nostro culto pubblico di unità cattolica e di comunione, non di divisione settaria.
E non si è scomunicati perché il proprio accesso ai riti liturgici più antichi avviene talvolta o solitamente attraverso una comunità che, davanti a Dio, credeva di non avere altra scelta se non quella di impegnarsi in una disobbedienza materiale coscienziosa alla legge della Chiesa per sopravvivere e rimanere fedele alla propria vocazione e missione. Qualunque sia la colpa dei chierici – e questa non è l’occasione per discuterne – anche i documenti ufficiali citati dalla Santa Sede negli ultimi giorni chiariscono che i fedeli laici che cercano semplicemente di adorare Dio Onnipotente e ricevere i sacramenti non incorrono in tal modo nella pena della scomunica. (vedi: Nota esplicativa, Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, 24 agosto 1996)
Di fronte al continuo chiasso, si potrebbe ben dire: ‘Keep trad and carry on.’ Poiché rimane vero che “ciò che le generazioni precedenti tenevano come sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o addirittura considerato dannoso.” (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi, 7 luglio 2007)
Certo, questa verità è stata sottoposta a un attacco orchestrato attraverso quell’imbarazzante complotto ideologico di corridoio alimentato dalla paranoia di liberali ecclesiastici attempati e basato su menzogne pure e semplici che hanno impudentemente manipolato la volontà dei vescovi del mondo, che conosciamo fin troppo bene: il disastro pastorale, liturgico ed ecclesiale Traditiones Custodes (16 luglio 2021) che mirava a porre fine alla pacifica adorazione di Dio secondo i riti più antichi che un numero crescente di persone aveva imparato ad amare fruttuosamente, spingendo i cattolici fedeli nell’ombra o lontano dalle parrocchie e dalle diocesi e talvolta persino al di fuori della comunione visibile della Chiesa. Che gli orchestratori di questo scandalo e i sommi sacerdoti della sua spietata attuazione rimangano ancora oggi al centro del potere è motivo di preoccupazione molto profonda. Può anche spiegare in parte la severità tecnocratica con cui il Vaticano ha agito negli ultimi giorni.
Il fatto che Traditiones Custodes non sia ancora stata accantonata – tacitamente o meno – e che i vescovi diocesani continuino a usarla per proibire la celebrazione dei riti liturgici più antichi, grida al cielo per la giustizia. Giustamente, questa mattina, cantiamo: «A Te, o Signore, grido; o mio Dio, non esser sordo a me; ché se tu mi lasci in silenzio, sarò come coloro che scendono nella fossa».
La severità fattuale con cui il Vaticano ha risposto agli eventi degli ultimi giorni, e in effetti il silenzio del Santo Padre sulla loro scia, è in effetti un’altra fonte di seria preoccupazione. Da tempo ripetiamo le parole di Papa Benedetto XVI – un Papa che ha lavorato con impegno e fruttuosamente per l’unità ecclesiale e la pace liturgica:
«Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, nei momenti critici in cui si stavano verificando le divisioni, non sia stato fatto abbastanza dai capi della Chiesa per mantenere o recuperare la riconciliazione e l’unità. Si ha l’impressione che le omissioni da parte della Chiesa abbiano avuto la loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni hanno potuto indurirsi. Questo sguardo al passato ci impone un obbligo oggi: fare ogni sforzo affinché tutti coloro che desiderano veramente l’unità possano rimanere in essa o raggiungerla nuovamente.» (Lettera ai Vescovi, 7 luglio 2007)
Questa mattina, purtroppo, le sue parole sono ancora più pertinenti. Si sarebbe potuto e dovuto fare di più nei mesi, settimane e giorni recenti. Si deve fare di più per costruire ponti e aprire porte. L’insegnamento della Parabola della Pecora Smarrita (Mt 18,12-14) si applica indipendentemente da ciò che si pensa della pecora in questione o da quanto ostinata la si creda.
Nel suo perseguimento dell’unità della Chiesa, nel 2008 Papa Benedetto XVI ha revocato le scomuniche dai (allora) quattro vescovi della Società San Pio X. Nelle sue stesse parole, «il gesto silenzioso di porgere la mano ha suscitato un enorme clamore, diventando così esattamente l’opposto di un gesto di riconciliazione.» Tanto che il Papa ha ritenuto necessario scrivere un’inedita apologia ai vescovi del mondo. Le domande che ha sollevato sono più che pertinenti in questi giorni:
«Era, ed è, veramente sbagliato in questo caso venire incontro al fratello che «ha qualche cosa contro di te» (cf. Mt 5,23ss.) e cercare la riconciliazione? … Può essere del tutto errato lavorare per abbattere l’ostinazione e la ristrettezza mentale, e fare spazio a ciò che è positivo e recuperabile per il tutto?
… Possiamo essere totalmente indifferenti riguardo a una comunità che conta 733 sacerdoti, 264 seminaristi, 5 seminari, 94 scuole, 2 istituti a livello universitario, 144 religiosi frati, 250 religiose sorelle e migliaia di fedeli laici? Dovremmo lasciarli allontanare dalla Chiesa con noncuranza? Penso ad esempio ai 733 sacerdoti… Non credo che avrebbero scelto il sacerdozio se… non avessero avuto amore per Cristo e il desiderio di annunciarlo e, con Lui, il Dio vivente. Possiamo semplicemente escluderli, come rappresentanti di una frangia radicale, dal nostro perseguimento della riconciliazione e dell’unità? Cosa ne diventerebbero allora? [statistiche aggiornate a quelle pubblicate nel 2025]
Certo, da tempo, e di nuovo in questa occasione specifica, abbiamo sentito da alcuni rappresentanti di quella comunità molte cose spiacevoli – arroganza e presunzione, un’ossessione per posizioni unilaterali, ecc… Ma non dovrebbe anche la grande Chiesa permettersi di essere generosa nella consapevolezza della sua ampia ampiezza, nella consapevolezza della promessa che le è stata fatta? Non dovremmo noi, come buoni educatori, essere capaci anche di trascurare varie colpe e fare ogni sforzo per aprire orizzonti più ampi? E non dovremmo ammettere che anche negli ambienti ecclesiastici sono emerse cose spiacevoli?
… Durante i giorni in cui ebbi per la prima volta l’idea di scrivere questa lettera, per caso, durante una visita al Seminario Romano, dovetti interpretare e commentare Galati 5,13-15. Fui sorpreso dalla franchezza con cui quel passo ci parla del momento presente: «Non vogliate usare la vostra libertà come occasione per la carne, ma, per mezzo della carità, siate schiavi gli uni degli altri. Tutta la legge infatti si compie in un sol precetto, in questo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, guardate che non vi consumiate a vicenda»… ahimè, questo «mordere e divorare» esiste anche oggi nella Chiesa, come espressione di una libertà mal compresa. Dovremmo sorprenderci che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo sempre imparare di nuovo l’uso corretto della libertà? E che dobbiamo sempre imparare di nuovo la priorità suprema, che è l’amore?» (Lettera ai Vescovi, 10 marzo 2009)
Lo scopo di queste osservazioni non è dichiararsi a favore o contro qualsiasi gruppo o persona, tanto meno giudicarli o cercare di escluderli. Non dimentichiamo che, mentre il figlio prodigo peccava spudoratamente, anche suo fratello maggiore, moralmente giusto, lo faceva. (cfr. Lc 15,11-32) Entrambi erano colpevoli di materia grave di cui avevano bisogno di pentirsi.
E questa non è affatto un’aggressione al Santo Padre – conosciamo le sue motivazioni o intenzioni, e anche se il suo silenzio lascia un vuoto significativo, gli dobbiamo la pazienza che fa parte del rispetto filiale. Preghiamo ardentemente per il Santo Padre in questi giorni!
Lo scopo di queste osservazioni è semplicemente quello di ricordare alcune verità fondamentali e di insistere sul fatto che siamo tutti chiamati a pregare e a lavorare per quanto possiamo per il loro riconoscimento e per la riconciliazione e l’unità cattolica.
Anche se possiamo condividere l’angoscia e la paura del salmista che tutto sia perduto e che stiamo precipitando sempre più rapidamente nella Fossa (o che ci siamo già stati gettati), la Sacra Liturgia ci porta ora all’Altare di Dio, dove, per i meriti infiniti del Sacrificio di Cristo sulla Croce, tutto ciò che sembra perduto può essere ritrovato, e tutto ciò che era morto può risorgere a nuova vita (cfr. Lc 15,32). Per quanto i nostri cuori possano essere pesanti, e per quanto possiamo sentirci feriti, angosciati e persino abbandonati, non dubitiamo mai che se rimarremo fedeli, il Signore ascolterà la nostra supplica e ci salverà. Per la grazia di questa fedeltà e per un aumento della grazia della speranza soprannaturale in noi stessi e negli altri, preghiamo ardentemente in questa Santa Messa. +