Quel giorno la Santa Sede pubblicò un rescritto, approvato a maggio e firmato il 1° agosto, che riscriveva il numero 2267 del Catechismo. Il testo del 1997, redatto sotto Giovanni Paolo II — che non era certo un entusiasta del patibolo —, ammetteva la pena di morte solo se fosse «l’unico mezzo possibile per difendere efficacemente… le vite umane», aggiungendo che casi del genere erano ormai rarissimi, forse inesistenti. Il nuovo testo insegna, alla luce del Vangelo, che la pena di morte «è inammissibile, perché attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona», e impegna la Chiesa alla sua abolizione universale. Come unica fonte, la nota a piè di pagina rimanda a un discorso dello stesso Francesco, dell’ottobre 2017. Il Catechismo che cita il Papa che lo corregge citandosi da sé: la Tradizione come autoritratto.

Conviene ricordare contro cosa si scrive tutto questo. Nel 1208, Innocenzo III impose ai valdesi che volessero riconciliarsi con Roma una professione di fede in cui si dichiara che il potere secolare «senza peccato mortale può esercitare giudizio di sangue»; il Denzinger la archivia al 795, per chi volesse verificare. Il Catechismo Romano di san Pio V insegnava che l’esecuzione del criminale da parte dell’autorità legittima, lungi dal violare il quinto comandamento, era obbedienza eminente ad esso. Pio XII — un papa con telefono, radio e microfilm, non un vescovo carolingio — spiegava nel 1952, dinanzi a un congresso di istopatologia del sistema nervoso, che il condannato si è spogliato, per il suo crimine, del diritto alla vita, la cui privazione spetta allora al potere pubblico; i neurologi, si può supporre, presero nota. E nel 2004 il cardinale Ratzinger precisava ai vescovi statunitensi che sul aborto e l’eutanasia non è lecita tra i cattolici «una legittima diversità di opinioni», ma sulla guerra e sulla pena di morte, sì. Otto secoli, una sola linea. La luce del Vangelo, a quanto pare, impiegò tutto quel tempo ad arrivare alla lampada da tavolo.

Ciò che colpisce del nuovo 2267 non è solo che contraddica quella linea: è che si contraddice da sé, con una pulizia che quasi dispiace rovinare. Le sue premesse sono tre, tutte circostanziali: è cresciuta la coscienza della dignità del reo, è mutata la comprensione statale delle pene, esistono carceri più efficaci. La sua conclusione, invece, è essenziale: la pena di morte attenta alla dignità della persona. Premesse da sociologo, conclusione da metafisico; il sillogismo zoppica dalla gamba che più duole. Perché se la dignità umana rende inammissibile l’esecuzione, la rendeva inammissibile già nel 1208 — la dignità non migliora con l’architettura penitenziaria —, e allora la Chiesa insegnò l’errore per secoli, esigendolo anzi come pedaggio di ortodossia dai valdesi. E se ciò che è cambiato sono le circostanze, allora inammissibile significa oggi sconsigliabile, e per dirlo non si riscrive un catechismo: basta una conferenza stampa.

Al dilemma — o errore di ieri o equivoco di oggi, tertium non datur — la Congregazione per la Dottrina della Fede rispose con una lettera del cardinale Ladaria che certifica come la nuova formula sia uno sviluppo autentico, «non in contraddizione con gli insegnamenti precedenti del Magistero». Si credeva che le contraddizioni si rilevassero; si ignorava che potessero risolversi par décret. Roma locuta, logica finita. E la lettera, con una candidezza che si apprezza, cita a sostegno, nota 12, il Commonitorium di san Vincenzo di Lerino, capitolo ventitreesimo: proprio il capitolo in cui si stabilisce la regola dello sviluppo legittimo, in eodem sensu eademque sententia — crescita nello stesso senso e con lo stesso parere; profectus, non permutatio. Citare il giudice che ti condanna ha, almeno, un merito processuale. Perché la regola lerinese è chiara: il dogma cresce come cresce il bambino, che diventa adulto senza convertirsi nella propria negazione. Newman pose come prima caratteristica dello sviluppo autentico la conservazione del tipo: la ghianda si sviluppa in quercia; se si sviluppa in coniglio, non lo chiamiamo sviluppo, lo chiamiamo altro. Un sì che matura in un no non è maturato. È morto, e al suo posto c’è qualcosa di diverso.

Resta il rifugio dei conciliatori: inammissibile non sarebbe un termine tecnico, il testo non dice intrinsecamente cattiva, la liceità di principio rimarrebbe intatta, solo che non menzionabile. È una soluzione dignitosa, e dura esattamente il tempo di leggere la nota a piè di pagina. Il discorso del 2017, che il nuovo numero cita come unica fonte, afferma che la condanna a morte è una misura disumana quale che sia la circostanza, e che è «in sé contraria al Vangelo». In sé. Per se. La nota a piè di pagina: quel sotterraneo dove i documenti custodiscono ciò che il testo non osa dire in salotto. Che lo stesso discorso si affretti a negare ogni contraddizione con il passato ormai non sorprende più nessuno: a questo punto, negare la contraddizione fa parte del genere.

Mi si dirà che esagero, che qui nessuno mente. Concesso; ed è proprio questo il problema. Per la contraddizione non serve alcun bugiardo: basta che una delle due proposizioni sia falsa. Il bugiardo, almeno, conosce la verità. Una Chiesa che avesse insegnato l’errore con tutta solennità per secoli — o che lo insegnasse ora — non sarebbe una Chiesa di bugiardi, ma qualcosa di peggio: una maestra senza credito. E il credito non si perde a rate. Se il magistero ordinario e universale poté sbagliarsi per tanto tempo su una questione così grave, che cosa rimane allora garantito? Quattro definizioni ex cathedra e arrivederci? Chi avesse bisogno di questa risposta per altri dossier — ognuno pensi ai propri — ha trovato nella pena di morte la leva perfetta: nessuno scenderà in piazza a difendere il patibolo, e intanto resta sancito il precedente che un sì di secoli può diventare un no per rescritto. Il metodo è il messaggio.

La Regina Bianca di Lewis Carroll si vantava di aver creduto sei cose impossibili prima di colazione; questione di allenamento, spiegava ad Alice. Al cattolico posteriore al 2018 si chiede un esercizio più modesto: appena due — che la Chiesa avesse ragione allora e abbia ragione ora —, con l’inconveniente che non possono essere entrambe vere. Chiamare tutto questo sviluppo è l’eufemismo; Orwell gliene aveva riservata una parola meno lusinghiera. Io, che ancora aspiro a distinguermi da una pianta, resto con Aristotele; e per questo stesso motivo con la Chiesa di sempre, che non chiese mai a nessuno di credere p e non-p insieme. L’altra, quella recente, troverà pure chi la annaffi.