La farsa diplomatica dell’Ostpolitik vaticana ha raggiunto un nuovo, desolante apice. Lo scorso 31 agosto, Paul Liu Honggang è stato consacrato vescovo di Datong. La nomina era stata formalizzata da papa Leone XIV il 10 agosto, mesi dopo che l’Associazione patriottica cattolica cinese lo aveva «eletto» unilateralmente il 28 aprile. Come ormai consuetudine consolidata: Pechino sceglie, Roma ratifica e consacra.
La figura di Liu Honggang incarna perfettamente il dramma della «sinizzazione» del cattolicesimo: un processo che non spiega la fede alla cultura locale, come sostengono i difensori del meccanismo sino-vaticano istituito sotto la direzione di Bergoglio e Parolin negli ultimi anni, ma assoggetta la dottrina del Vangelo all’ideologia marxista.
Il vescovo che definì «fabbricate» le segnalazioni di persecuzioni
Il curriculum del nuovo vescovo di Datong parla da sé. Nell’ottobre 2018, Liu prese personalmente parte a cerimonie di innalzamento della bandiera per promuovere i «valori socialisti fondamentali». Quando, nel novembre 2018, otto fedeli della sua diocesi firmarono e pubblicarono su AsiaNews una lettera disperata, denunciando la distruzione di una croce, di una chiesa e il sequestro di Bibbie, Liu non agì come un pastore, ma si trasformò in un negazionista delle persecuzioni, pubblicando una lettera in cui le accuse dei suoi stessi fedeli venivano bollate come invenzioni.
«La lettera è completamente fabbricata», si legge. «Dopo aver condotto un’indagine, abbiamo appurato che nella mia diocesi nessuna chiesa o luogo di preghiera è stato chiuso o sospeso, né alcuna croce o immagine è stata distrutta».
La Santa Sede ha apposto il suo sigillo su un uomo che ha formato i suoi sacerdoti nella mitologia di Mao piuttosto che nella dottrina di Gesù Cristo.
Come se non bastasse, Liu cercò di ribaltare l’accusa: «Questi otto individui non sono parrocchiani della nostra diocesi, eppure hanno falsamente usato i nomi dei nostri fedeli per firmare congiuntamente la dichiarazione. […] La nostra diocesi chiede con forza che la vostra associazione [Asia News] rimuova questo articolo e dichiari pubblicamente la falsità della vicenda».
Asia News ha indirettamente risposto lo scorso 31 agosto alle accuse di Liu, affermando:
«Dopo due ordinazioni episcopali a Chifeng e Bameng a luglio, in Cina si è svolta una nuova ordinazione nell’ambito dell’accordo tra la Santa Sede e il governo cinese. […] Come avviene in simili cerimonie, il sito web dell’Associazione patriottica cattolica cinese ha riportato che «padre Yang Yu, segretario generale del Consiglio dei vescovi cattolici cinesi, ha letto il decreto di approvazione del Consiglio [cioè dell’Associazione patriottica]», senza citare la nomina del nuovo vescovo da parte di papa Leone XIV. […] Da vent’anni, come molte altre diocesi cinesi, lo Shanxi [cioè la provincia in cui si trova la diocesi di Datong] subisce restrizioni sempre più stringenti imposte dal Partito comunista. Nel febbraio 2023, un edificio storico appartenente alla comunità cattolica locale, situato in una zona di alto valore urbano, è stato demolito».
Nel giugno 2021, Liu portò addirittura i suoi confratelli sacerdoti in un viaggio di «rieducazione politica» al Museo Dongfanghong per studiare e venerare le reliquie di Mao Zedong, culminando l’iniziativa con la composizione di un vero e proprio inno lirico celebrativo del centenario del Partito comunista cinese.
L’accordo sino-vaticano: il potere di Pechino cresce
Con questa nomina, la Santa Sede ha apposto il suo sigillo su un uomo che ha formato i suoi sacerdoti nella mitologia di Mao piuttosto che nella dottrina di Gesù Cristo. Mentre il Vaticano si trincera dietro un silenzio imbarazzante e scandaloso per non compromettere i canali bilaterali con Pechino, i cattolici cinesi fedeli a Roma si ritrovano doppiamente traditi, schiacciati dalla violenza statale e abbandonati da colui che dovrebbe agire come vicario di Cristo e successore di san Pietro.
Inoltre, la disparità di trattamento tra i vescovi della Chiesa patriottica cinese e quelli della Fraternità sacerdotale San Pio X sta diventando sempre più insostenibile.
La consacrazione di Liu Honggang come vescovo di Datong non è altro che l’esito estremo, già previsto da molti, dell’accordo sino-vaticano disastroso e farisaico firmato sotto Francesco e già rinnovato più volte.
I primi passi significativi nel complesso percorso diplomatico che portò alla firma dei patti risalgono – per quanto possiamo sapere – agli inizi degli anni Duemila, quando l’allora monsignor Pietro Parolin stabilì i primi contatti con le autorità cinesi per districare una delicata e riservata «questione asiatica».
A quel tempo, Giovanni Paolo II era ancora sul trono pontificio, ma la Segreteria di Stato agiva già in parallelo e in modo quasi autonomo, cercando di perseguire una politica diversa di dialogo con il blocco comunista. Wojtyła, in effetti, portava avanti un progetto di Realpolitik. Per questo motivo, era odiato da ampi settori del Vaticano (perlopiù massoni e gesuiti) che, per ragioni talvolta divergenti, preferivano agire in sintonia e non in aperta opposizione con l’Unione Sovietica.
La Realpolitik, poi difesa anche da Benedetto XVI, è una politica pragmatica basata sulla realtà concreta e non su principi ideologici astratti, che riconosce l’esistenza di blocchi geopolitici ma agisce per tutelare la propria sfera di interesse, esercitando pressioni sull’avversario attraverso il soft power della cultura.
Secondo Giovanni Paolo II, il regime comunista sovietico era un sistema intrinsecamente destinato al collasso, in quanto agiva negando la natura spirituale dell’uomo; l’obiettivo del Pontefice polacco era quindi non coesistere con esso o «gestirlo», ma superarlo, accelerandone, se possibile, la caduta.
Al contrario, l’Ostpolitik, storicamente sviluppata dalla Segreteria di Stato del cardinale Agostino Casaroli e poi applicata da Pietro Parolin e dal suo emergente protégé, Paolo Rudelli (attuale sostituto della Segreteria di Stato), persegue la «politica dei piccoli passi» attraverso un costante dialogo bilaterale e accordi volti a ottenere margini graduali di libertà per le comunità cattoliche locali. Questo approccio considera il regime totalitario come un interlocutore necessario con cui convivere, un interlocutore da «gestire», accettando compromessi e imponendo alla Santa Sede una diplomazia rigorosa di silenzio mediatico sulle persecuzioni interne per preservare i fragili canali negoziali con le autorità.
In questo quadro di canali informali si inserì la visita privata a Pechino nell’agosto 2003 del controverso cardinale Theodore McCarrick. Due anni dopo, nel 2005, vi fu il riconoscimento ufficiale da parte del Vaticano del vescovo patriottico Aloysius Jin Luxian. Era ancora papa Benedetto XVI a regnare.
Lo stesso Pontefice tedesco cercò di frenare questa deriva riaffermando con fermezza, nel 2007, la linea ufficiale della Santa Sede. Nel suo noto Lettera ai cattolici della Cina, il Papa ricordava l’indispensabile necessità della piena comunione con Pietro, escludendo che la diplomazia potesse mai prevalere sulla coerenza della fede cattolica o sul diritto pontificio di nominare i vescovi.
La disparità di trattamento tra i vescovi della Chiesa patriottica cinese e quelli della Fraternità sacerdotale San Pio X sta diventando sempre più insostenibile.
Nonostante ciò, con l’elezione di Francesco, l’Ostpolitik di Casaroli prevalse, ma il vero punto di svolta istituzionale arrivò il 22 settembre 2018, con la firma a Pechino del primo accordo provvisorio segreto sull’elezione dei vescovi, fortemente voluto da Francesco e negoziato dal segretario di Stato Parolin. L’accordo, teoricamente volto a promuovere la riconciliazione tra clero ufficiale e sotterraneo, suscitò immediatamente la ferma opposizione del cardinale Joseph Zen.
Gli accordi sino-vaticani segreti vanno compresi non solo alla luce della dottrina dell’Ostpolitik perseguita da Parolin, ma anche e soprattutto alla luce del pensiero politico-economico di Bergoglio. Vi era, infatti, una profonda affinità di visione, priorità e sensibilità geopolitiche tra Francesco e Xi Jinping. Questa convergenza ideologica fu il fattore chiave che indusse la Curia romana a considerare gli accordi segreti del 2018 non solo diplomaticamente utili, ma dottrinalmente coerenti.
Le principali affinità riguardavano l’anti-americanismo inteso come anti-capitalismo, l’approccio multilaterale alle tensioni geopolitiche e una forte impronta terzomondista. Già nel 2016, il cardinale Theodore McCarrick descriveva l’armonia tra i due leader come un’opportunità storica, sottolineando che questioni cruciali per Pechino – come la preoccupazione per i poveri e soprattutto l’ecologia – erano esattamente le stesse sensibilità care a Francesco.
Un altro punto di affinità è la concezione dello Stato. Xi Jinping e Francesco (e oggi Leone XIV) riconoscono un diritto quasi assoluto del controllo statale sulla vita dei cittadini, inteso da loro come soluzione decisiva alla povertà, attribuita al capitalismo occidentale.
Le affinità si estendono anche ad aspetti liturgici ed ecclesiologici, come l’inculturazione della liturgia e il sinodalismo. Figure di spicco della Chiesa ufficiale sottomessa al regime, come il vescovo Aloysius Jin Luxian, giustificavano l’interferenza del regime comunista nella nomina dei vescovi sostenendo che nella Chiesa primitiva i pastori erano eletti dal «popolo» (un concetto ampiamente strumentalizzato dai leader comunisti), e auspicando una contaminazione culturale dei riti eucaristici del tutto analoga a quella promossa da vari teologi neo-modernisti sotto Francesco.
Infine, la stessa formazione teologica di Francesco era legata – come ormai è ampiamente noto e documentato – alla teologia del popolo argentina, una dottrina sociale incentrata sulle classi popolari, derivazione della teologia della liberazione (condannata da Giovanni Paolo II) caratterizzata da «sfumature meno marcatamente rosse», ma che ha comunque preparato la linea di governo vaticana al dialogo e al compromesso con i regimi socialisti.
Il cardinale Zen avvertì Roma. Roma non ascoltò.
Le proteste e il tentativo del cardinale Zen di incontrare Bergoglio a Roma per convincerlo a riconsiderare gli accordi si rivelarono vani. Al contempo, la morsa del regime si strinse sia sul fronte civile che su quello religioso: il 30 giugno 2020, Pechino impose a Hong Kong la restrittiva legge sulla sicurezza nazionale, che portò all’arresto del noto editore cattolico Jimmy Lai, il successivo 10 agosto 2020.
Nonostante questa intensificazione della persecuzione dei cristiani, nell’ottobre 2022 si giunse al secondo rinnovo biennale dell’accordo segreto, in un clima di crescente tensione testimoniato anche dall’arresto dello stesso cardinale Zen, avvenuto nel maggio dello stesso anno.
L’equilibrio fragile mostrò profonde crepe il 4 aprile 2023, quando Pechino ordinò unilateralmente il trasferimento di Joseph Shen Bin alla prestigiosa guida della diocesi di Shanghai, informando solo poco prima dell’insediamento la Santa Sede attraverso i media e violando platealmente lo spirito dei patti.
In quell’occasione, tutti compresero che gli accordi segreti erano una farsa e un segno della totale capitolazione della Santa Sede di fronte alla volontà del regime comunista cinese.
Nonostante ciò, la diplomazia vaticana mantenne la linea del silenzio e così, il 22 ottobre 2024, giunse a decidere un rinnovo non più biennale ma quadriennale dell’accordo, estendendone la validità fino all’ottobre 2028.
Gli accordi segreti erano una farsa e un segno della totale capitolazione della Santa Sede di fronte alla volontà del regime comunista cinese.
Solo un mese dopo, nel novembre 2024, Shen Bin guidò personalmente un seminario a Shanghai esortando il clero a studiare l’ideologia del Partito comunista e la «sinizzazione delle religioni» teorizzata da Xi Jinping, svelando la deriva ideologica imposta alla Chiesa ufficiale.
La sinizzazione è la strategia politica e culturale promossa da Xi Jinping per subordinare pienamente tutte le espressioni religiose, e in particolare la fede cattolica, all’ideologia marxista-leninista e ai valori fondamentali del socialismo. Piuttosto che un’autentica adattamento culturale, assume la forma di un processo di assimilazione forzata in cui la dottrina cristiana viene privata della sua identità soprannaturale per essere rivestita di propaganda, arrivando a imporre al clero lo studio del pensiero di Xi Jinping invece del magistero del Papa.
Papa Leone XIV e la prosecuzione dell’Ostpolitik vaticana
L’elezione del nuovo pontefice, Leone XIV, sembrava aprire un iniziale e brevissimo spiraglio di cambiamento: il 5 giugno 2025, Leone nominò Joseph Lin Yuntuan, appartenente al clero sotterraneo, vescovo ausiliare di Fuzhou, una nomina formalmente accettata dal governo cinese l’11 giugno dello stesso anno. Sembrava, quindi, che l’ordine fosse stato invertito: Roma nomina, Pechino approva. Ma si trattava solo di apparenza.
In effetti, la pressione di Pechino riprese vigore sfruttando il precedente periodo di sede vacante seguito alla morte di Francesco, durante il quale l’Associazione patriottica selezionò figure favorite dal regime. L’11 agosto 2025, la Santa Sede approvò segretamente l’ordinazione di Ignatius Wu Jianlin come vescovo ausiliare di Shanghai (in seguito consacrato il 15 ottobre 2025), piegandosi alla decisione unilaterale presa in precedenza dai funzionari comunisti.
L’8 luglio 2025, Leone XIV giunse addirittura a sopprimere le storiche diocesi «sotterranee» di Xuanhua e Xiwanzi per istituire la diocesi di Zhangjiakou, ridisegnando i confini diocesani stabiliti dallo Stato. A questa nuova sede, il Pontefice confermò il vescovo patriottico Wang Zhengui, consacrato il 10 settembre 2025 e noto per aver fatto rispettare, nel 2019, i rigidi decreti statali che vietano ai minori l’accesso ai sacramenti.
Per consolidare il controllo ideologico, il 15 settembre 2025, il Dipartimento per gli affari religiosi di Pechino emanò il rigido «Codice di condotta per il clero su Internet» per censurare sistematicamente la predicazione e la formazione online.
La drammatica traiettoria degli accordi e il silenzio della Santa Sede proseguirono nel 2026. L’8 febbraio, un tribunale di Hong Kong condannò l’editore cattolico Jimmy Lai a vent’anni di carcere, una dura sentenza che la Santa Sede accolse con un imbarazzante silenzio diplomatico. Papa Leone dichiarò esplicitamente: «Non posso commentare».
Tra il 14 e 15 maggio, si svolse a Pechino il vertice bilaterale tra Donald Trump e Xi Jinping, occasione in cui fu il presidente statunitense, e non la diplomazia papale, a denunciare pubblicamente la violazione dei diritti umani e a chiedere espressamente la liberazione di Jimmy Lai.
Quando il Vangelo diventa uno strumento di equilibrio geopolitico, l’Altare si piega alle esigenze del Trono.
Quando l’Altare si piega al Trono
Non dobbiamo dimenticare che la quasi «dogmatizzazione» di questa Ostpolitik avvenne sotto Leone XIV, quando il 15 maggio pubblicò la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas. In questo documento, il Pontefice eleva la pratica diplomatica del dialogo e del compromesso multilaterale a autentica necessità dottrinale, identificando la «crisi del sistema multilaterale» come la principale causa delle guerre odierne e condannando il «falso realismo» politico – vale a dire la Realpolitik – basato, a suo avviso, unicamente sulla forza militare e sulla deterrenza.
Il Vaticano, ovviamente, non utilizza il termine Ostpolitik per riferirsi alla propria dottrina. Preferisce servirsi dell’espressione «multipolarismo» (o «multilateralismo» geopolitico): un assetto globale in cui il potere non è più polarizzato tra soli due blocchi contrapposti, come avveniva durante la Guerra fredda, ma è distribuito tra una pluralità di nazioni emergenti e grandi istituzioni sovranazionali come l’ONU e l’UE.
In questo scenario, la Santa Sede sceglie di agire come semplice mediatore all’interno del sistema per preservare la convivenza globale, anche al costo di attenuare la propria libertà profetica e di tacere di fronte a sistematiche persecuzioni religiose.
La consacrazione di Liu Honggang non è un semplice errore diplomatico, ma il simbolo di una Chiesa che ha perduto la propria trascendenza. Quando il Vangelo diventa uno strumento di equilibrio geopolitico, l’Altare si piega alle esigenze del Trono. È chiaro che la sinizzazione non è dialogo culturale, ma resa spirituale: il cattolicesimo ridotto a catechismo statale. E mentre Roma tace, Pechino evangelizza non solo la Cina, ma il mondo intero, con il suo nuovo «maoismo rituale».