Quando, nel 1953, dopo la morte di Stalin, i gulag sovietici iniziarono a rilasciare prigionieri politici innocenti, Anna Achmatova disse: ora quella Russia che incarcerava e quella che era stata incarcerata si incontreranno e si guarderanno negli occhi.

La stessa cosa accadde nel XX secolo, quando, grazie alle scoperte della psicologia, si comprese che in molte delle sofferenze e dei problemi della vita umana era colpevole la rozzezza dell’educazione ricevuta dai genitori. Allora sulla Terra si levò un grido: la maggior parte dell’umanità urlò di dolore, mentre l’altra metà, quella che aveva inflitto quel dolore, si beffava di quel grido e chiamava i piangenti deboli e vili.

La Chiesa viene chiamata madre, ma sulla Terra questa madre è una genitrice estremamente maldestra, che infligge ai suoi figli ferite irreparabili e somiglia molto più a una matrigna.

È a partire dalla seconda metà del XX secolo che credenti e chierici di tutto il mondo hanno iniziato a parlare apertamente di questa traumaticità della Chiesa. In precedenza, tra i credenti europei e russi, non era consuetudine affrontare questo tema, e a difesa delle vittime della Chiesa si levavano solo voci isolate, come quella di Archibald Cronin, della sorella Luke o di Charlie Chaplin. Nella Chiesa ortodossa russa, invece, i discorsi sulla sofferenza che la Chiesa infligge ai credenti sono ancora tabù, e poiché la maggior parte dei fedeli contribuisce proprio a infliggere questa sofferenza agli altri, chi appartiene alla Chiesa ortodossa russa non comprende neppure l’argomento; chi invece ne parla viene considerato un messaggero di cattive notizie. Secondo le consuetudini medievali (diffuse nella Chiesa ortodossa russa), tali messaggeri andavano puniti con la morte, non ascoltati.

Un sacerdote mi ha convinto per un’ora intera a non affrontare questo tema, sostenendo, come diceva lui, «di non gettare lo sporco fuori dalla porta». Come se chi osserva questa casa da fuori non vedesse che spesso i credenti sono dei mostri e i chierici non somigliano affatto a Dio. Solo che questo sacerdote, chiuso nel suo piccolo mondo di chiesa, era convinto che, se non si fosse parlato di questo, si sarebbe potuta nascondere la diffusa ipocrisia sia all’esterno che ai parrocchiani e a se stesso.

Per questo motivo, nella Chiesa ortodossa russa non si parla del suo doppio oscuro, eppure questo doppio ha ormai dimensioni quasi pari a quelle della Chiesa stessa…

I grandi santi padri, come san Giovanni Crisostomo o sant’Ambrogio di Milano, non temevano di denunciare le deformità della Chiesa del loro tempo, nonostante ciò attirasse su di loro l’ostilità generale, ma continuarono il loro servizio profetico di condanna: il primo contro vescovi, sacerdoti e nobili, il secondo addirittura contro l’imperatore. Anche san Gregorio Nazianzeno non considerava sbagliato condannare l’ipocrisia totale dei vescovi del suo tempo.

E san Nazar (Terziev) (1933—2011), celebre anziano bulgaro, avrebbe potuto facilmente rimproverare vescovi, archimandriti e sacerdoti.

Riguardo ai sacerdoti che facevano del male alle persone, l’anziano diceva: «No, questi preti non sono al loro posto!».

Le azioni indegne e malvagie di sacerdoti e vescovi venivano criticate apertamente dall’anziano Nazar, che poteva dire: «Il nostro è impazzito e ha fatto questo e quello!», «Il demonio gli dà una parvenza di saggezza, ed ecco che cantano vittoria!», «Bare dipinte! Non vanno avanti loro e non lasciano entrare gli altri nel Regno dei Cieli!», «Un sacerdote non deve imporre pesi insopportabili alle persone se non li porta lui stesso! Ad esempio, costringere gli altri al digiuno senza digiunare lui stesso!», «Un monaco deve avere le virtù. Se non le ha, significa che è vuoto dentro».

Naturalmente, un simile modo di chiamare le cose con il loro nome suscitava un odio furioso nei confronti dell’anziano da parte di persone corrotte. All’interno della Chiesa, l’anziano aveva dei nemici, e i suoi figli spirituali venivano chiamati con nomignoli offensivi, ad esempio «nazarei».

Questa tradizione di denuncia delle deformità ecclesiali affonda le sue radici nella Bibbia, è stata iniziata dai profeti di Israele ed è stata portata avanti dalla vita e dalla predicazione di Cristo. Tuttavia, poiché la maggior parte dei credenti vive in modo distorto, questa dimensione della predicazione di Cristo passa inosservata, e chi oggi rimprovera la loro ipocrisia viene odiato o accusato di superbia. È interessante notare che anche san Giovanni Crisostomo veniva accusato di superbia.

Sergej Fudel scrive a questo proposito: «Una ragazza entra in chiesa senza foulard, o se ne sta in piedi senza capire bene, un po’ di sbieco, e subito le si avventano contro, come sparvieri, le donne “dell’etichetta” e la buttano fuori dalla chiesa. Forse non ci metterà mai più piede. Ricordo che un sacerdote mi disse che la “formazione” della sua figlia atea era avvenuta in chiesa, sotto l’impressione ricevuta da quelle vecchie malevole…

Alcuni giovani appena arrivati in Chiesa accettano ingenuamente e fiduciosamente tutto ciò che vi trovano, e poi, quando ricevono un colpo dal doppio oscuro della Chiesa, ne restano mortalmente delusi, al punto da tornare al materialismo…

Conoscevo un ragazzo che, durante il suo periodo di “grandi acque” cristiane, di notte si alzava in preghiera in segreto, posando la sua unica piccola icona solo in quei momenti in un vaso con una palma, sempre temendo che sarebbe arrivato suo padre, ateo convinto, e avrebbe visto e distrutto tutto. Questo ragazzo sognava allora di entrare in monastero, ma nessuno lo aveva avvertito o istruito. “Tutto da noi è meraviglioso”, dicevano. E così, quando sopraggiunse l’arsura delle tentazioni interiori della Chiesa, non riuscì a resistere e si allontanò.

Bisogna parlare del doppio oscuro della Chiesa fin dall’inizio, parlarne in modo chiaro e semplice, così come se ne parla nel Vangelo. Sappiate che esiste e cercate Cristo nella Chiesa, cercate solo Lui, perché la Chiesa è solo il Corpo di Cristo nella sua umanità, solo il Suo Corpo. Allora vi sarà dato un cuore saggio per discernere il bene e il male nel recinto della Chiesa, per vedere che la Luce (della Chiesa) splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta».

Gli anziani Serafim di Sarov e Giovanni di Kronstadt mettevano in guardia le persone non ancora salde nella fede dal lavorare nelle chiese e, in generale, negli ambienti ecclesiastici. Gli anziani sapevano che queste persone si sarebbero scontrate con il doppio oscuro della Chiesa, di cui i sacerdoti non avvertono mai nessuno (e spesso sono essi stessi coinvolti in questa oscurità), e questo scontro sarebbe stato per i giovani idealisti un tale shock da poterli allontanare dalla fede.

È successo nella vita dello scrittore Jaroslav Hašek (creatore del buon soldato Švejk), che da ragazzo fu costretto a guadagnarsi da vivere servendo nelle chiese monastiche cattoliche dell’impero austro-ungarico e vide tutta l’ipocrisia di parrocchiani e chierici, che porta alla delusione nella fede se la persona non comprende ancora cosa sta succedendo. Hašek vide l’avidità, la stupidità e l’ipocrisia di monaci e sacerdoti, e di conseguenza perse ogni rispetto per il sacro.

Una volta, durante la settimana di Pasqua, lasciarono lui e un altro ragazzo inginocchiarsi davanti al Cristo deposto nella chiesa vuota, ma quando un sacerdote passò di lì per caso, vide il futuro scrittore e il suo coetaneo seduti sul pavimento di pietra e che giocavano distrattamente con i bottoni.

Tutta l’ipocrisia che Hašek vide nella Chiesa portò la sua mente ancora non formata a distinguere il bene dal male a ribellarsi non contro l’ipocrisia presente nei credenti, ma contro la verità e il Signore, e le sue opere sono piene di una tale irrispettosità proprio verso il sacro, e non solo verso i suoi falsi portatori. Eppure Hašek non è l’unico a essere stato storpiato da ciò che ha visto. Nel frattempo, nella Chiesa terrestre non si usa affatto parlare dell’ipocrisia che alberga in essa, e così chi vi entra per la prima volta crede di essere capitato direttamente in paradiso, e poi non sa cosa pensare o fare quando in questo «paradiso» incontra vipere e mostri.

Troppi preferiscono allora non vedere questa ipocrisia, dichiarando con orgoglio patriottico che «la chiesa del nostro paese è la più cristiana!», ma se poi vengono colpiti ancora più duramente, urlano come urlò una mia conoscente, bibliotecaria di una biblioteca ecclesiastica, licenziata da un lettore della chiesa invidioso: «La Chiesa non è più mia madre e Dio non è più mio padre!», anche se ciò che l’aveva colpita non aveva nulla a che fare con la verità.

Eppure, nonostante tutte le piaghe che corrodono i credenti, nonostante la loro ipocrisia e deformità, la Chiesa, in quanto Regno della Trinità e Casa dei santi e dei giusti, è la cosa migliore che esista nell’Universo di Dio. Per questo non conosce mai uno stato di decadenza; in generale, le parole «decadenza» e «ascesa» non possono essere usate per descrivere ciò che è vivificato da Dio. E anche se i parrocchiani, di regola, vivono nell’ipocrisia e non nella Casa dei santi, la Chiesa rimane comunque avvolta dal suo splendore. Lo si può paragonare a ciò che accade sulla superficie degli oceani, dove ora galleggiano intere isole di rifiuti lasciati dagli uomini, mentre in profondità regnano la calma e l’incontro con Cristo e la vita con Lui.

Georgij Florovskij scrive a questo proposito: «Il nostro pensiero teologico (e quello occidentale, fin dai tempi della Riforma) è infettato dall’idea della decadenza e interpreta tutta la storia del cristianesimo alla sua luce… La Chiesa oggi possiede un’autorità non minore di quella dei secoli passati, e lo Spirito Santo la vivifica non meno di un tempo».

Come nel Cristo occorreva scorgere Dio dietro l’aspetto umano, così spesso nella Sua Chiesa occorre scorgere la verità dietro l’apparente (e manifesta) bruttezza dei suoi membri e dei suoi ministri.

Quando il giovane Kallistos Ware era tormentato dal dubbio sulla sua conversione all’ortodossia, ricevette una lettera da un sacerdote ortodosso inglese che allora viveva in India, l’archimandrita Lazzaro (Moore). Il vescovo Lazzaro vi rifletteva sulla Chiesa ortodossa:

«Con dolore nel cuore vorrei mettervi in guardia: il suo aspetto esteriore è miseramente misero: non esiste quasi alcuna collaborazione tra le Chiese nazionali, viene poco apprezzato e sfruttato il nostro patrimonio spirituale, lo spirito missionario e apostolico è quasi spento, poca attenzione viene data alla modernità e ai bisogni del nostro tempo, è difficile trovare generosità, eroismo o vera santità. Ma il mio consiglio è questo: non guardate al visibile… »

La Chiesa, nella sua essenza, è il Regno della Trinità e la vita con Cristo, ma tutto questo si rivela solo nelle sue profondità, mentre sulla superficie di questo oceano galleggiano tutte le debolezze e le deformità umane, simili ai milioni di tonnellate di plastica che inquinano gli oceani del nostro pianeta.

         Come la tempesta non turba
         Le cime degli alberi secolari,
         Così essa non può abbatterle,
         Né tanto meno scuoterle
         Fino alle radici il bosco sacro.

Artëm Perlik

Illustrazione: Accademia dei Seminaristi Perbene