È molto scoraggiante documentare gli abusi sessuali del clero e le relative coperture basate su prove credibili, mentre persino familiari e amici pongono in dubbio l’attendibilità di quanto si riferisce. Purtroppo, costoro leggono articoli o assistono a servizi come: Il Papa Leone condanna «flagello» degli abusi sessuali del clero cattolico,» e si lasciano indurre a credere che Leone nutra vera sollecitudine per le vittime. Ma coloro che, come il sottoscritto, ricevono dai denuncianti segnalazioni di numerose coperture orchestrate da Leone e da innumerevoli vescovi sanno bene che non si tratta che di Fake News.

Perché mai i giornalisti non interpella la massima autorità della Chiesa come segue: «Beatissimo Padre, se davvero Le stia a cuore la sorte dei vescovi e sacerdoti abusanti, dopo oltre un anno di pontificato, perché nemmeno uno dei ben 160 vescovi accusati in modo credibile di violenze su minori e adulti indifesi è stato ridotto allo stato laicale o scomunicato?»? Come già il suo predecessore Papa Francesco, Leo è tutto un dire e nulla un fare allorché si tratta di prendere provvedimenti contro i predatori sessuali in abito talare, la maggior parte dei quali sono, peraltro, chierici omosessuali che aggrediscono adolescenti per poi consumare illeciti rapporti con altri omosessuali, ecclesiastici e laici.

Le menzogne e le coperture trovano spesso terreno fertile laddove i media, invece di indagare e riferire la verità, o sono costretti da poteri politici o religiosi a «voltare lo sguardo dall’altra parte». Si considerino allora tre dei più gravi casi di occultamento della verità di cui la storia sia macchiata, e che proprio i media hanno favorito.

Quando soldati tedeschi scoprirono nella foresta di Katyn una fossa comune di circa 22 000 cittadini polacchi trucidati fra aprile e maggio del 1940, il dittatore sovietico Giuseppe Stalin attribuì la strage ai nazisti. Malgrado ciò, sia il presidente Franklin D. Roosevelt sia il primo ministro Winston Churchill — e i più autorevoli organi d’informazione — fossero al corrente della falsità di simili affermazioni, per motivi politici collusero nell’insabbiamento.

Durante il mio ministero in una parrocchia polacca di Leicester, nel 1972, conobbi ex membri dello 303° Squadriglia da caccia polacca, reparto con più vittorie aeree durante la Battaglia d’Inghilterra. Quei valorosi aviatori non poterono sfilare alla parata del Giubileo vittorioso londinese del 6 giugno 1946 perché il governo di Sua Maestà, schierandosi con Stalin, negò loro tale onore. Solo cinquant’anni dopo, nel 1990, Michail Gorbaciov, segretario generale del Partito comunista dell’Urss, ammise la responsabilità dell’omicidio di massa imputabile alla polizia segreta sovietica, esprimendo «profondo rammarico».

Ma se sono occorsi cinquant’anni perché emergesse la verità sulla strage di Katyn, da cinquantanove si perpetua l’insabbiamento intorno all’attacco sferrato dalle forze aeree e navali di Israele contro la USS Liberty (AGTR-5) nel corso della guerra dei sei giorni, anch’esso gabellato per «un tragico errore». Allo stesso modo in cui nell’Urss si ocultaban la realtà, anche negli Stati Uniti lo Stato maggiore americano continua a farlo colà dove si tratti di Israele, scrivendo: «Il governo di Israele… ha costantemente ribadito che l’attacco fu il frutto di un equivoco… La Marina non intende avviare ulteriori indagini al riguardo». Si noti come la risposta governativa non affermi che «l’attacco fu frutto di un equivoco»: essa dichiara che il governo israeliano «ha sostenuto che l’attacco fu il frutto di un errore». In quella che fu la mia cerchia d’intelligence, ogni persona di cui abbia conoscenza è fermamente convinta che l’attacco fosse volutamente premeditato. Un mio compagno di seminario a Coronado, il capitano Ward Boston — di cui una dichiarazione giurata rilasciata prima della morte attesta —: «Ricordo le conversazioni avute di persona con l’ammiraglio Kidd: il presidente Lyndon Johnson e il segretario alla Difesa Robert McNamara gli imposero di concludere che l’attacco fu un caso di “identità scambiata” malgrado le prove schiaccianti del contrario»

Curiosamente, il giorno in cui la LIBERTY fu assalita — l’8 giugno del 1967 — i quotidiani statunitensi, e segnatamente il New York Times, non solo occultarono la notizia, poiché trentaquattro americani vi lasciarono la vita e centosettantuno rimasero feriti, ma ne riprodussero la propagandistica menzogna affermando che «Israele per errore attacca nave statunitense». Numerosi sono i documentari che confutano la natura accidentale dell’aggressione, fra cui il pregevole When Israel Attacked the U.S.A..

Come per la LIBERTY, anche il mainstream e i media cattolici — incluse le autorità civili laiche — sovente insabbiano gli abusi clericali nell’ambito della Chiesa cattolica, non diversamente da quanto scenograficamente rappresentato nella scena iniziale del film Spotlight. Allorché l’arcivescovo Carlo Maria Viganò riferì di aver ricevuto accuse circa abusi sessuali commessi da Papa Francesco su novizi gesuiti in Argentina, nessun organo di informazione mainstream statunitense se ne fece carico, a differenza del sito canadese LifeSiteNews. Quando il documentarista d’inchiesta Martin Boudot realizzò Sex Abuse in the Church: Code of Silence, nessun mezzo d’informazione statunitense mainstream affrontò il tema, a eccezione di LifeSite News e Church Militant, i quali misero in luce come Papa Francesco avesse insabbiato innumerevoli casi di abusi sessuali nell’arcidiocesi di Buenos Aires malgrado le sue smentite: «nei miei territori diocesani non si verificò mai alcun abuso».

Poiché la maggior parte degli americani — inclusi molti cattolici miei parenti ed amici — ignorano i soprusi, le coperture, i silenzi e le vendette perpetrate da papi e vescovi, è comprensibile che pongano in dubbio le mie relazioni su misfatti così gravi; comprovati dalle vite distrutte, dai sei miliardi di dollari sborsati in risarcimenti statunitensi dalla Chiesa cattolica, e dal fatto che nove cattolici su dieci abbiano lasciato la Chiesa. In reazione a uno studio dell’università di Notre Dame che dà conto di questo esodo, un autore ha scritto: «Di recente ho abbandonato la Chiesa cattolica. Al suo interno alberga un nido di vipere [gay] al quale si contrappone una sparuta schiera di fedeli eterosessuali vili. Sia fatta la volontà di Dio».

Fortunatamente, non sono solo nel mio giudizio circa «La condizione dell’episcopato e del presbiterio negli Stati Uniti d’America». Un lettore sottoscrittore di Substack mi ha recentemente scritto:

«Son sbalordito dinanzi alle folle plaudenti che accorrono in preda a giubilo qui e altrove per acclamare il Papa a Roma e durante i suoi viaggi. Ma sono inorridito dinanzi a un’istituzione che si affanna a eleggere pontefice su pontefice capaci unicamente di coprire gli abusi. Essi hanno sì il potere di atterrire i loro sudditi paventando gli orrori infernali, ma nessuno di loro ne teme l’ira. Ostentano la loro autorità medievale come ostentano il rango e i poteri, ma sono ben lungi dal comportarsi da pastori siffatti. Mi stupisce che siano così rari — se non del tutto assenti — gli atti di vendetta contro quei sacerdoti e vescovi complici di simili nefandezze. E persino coloro che, conoscendo la realtà, si rendono complici restando inerti. Qui la mia diocesi ne conta a decine, al pari delle numerose altre chiusure di chiese in un contesto demografico stabile da decenni. Il marciume della Chiesa cattolica ha attecchito anche nella società».

Come per cinquant’anni fu occultata la verità dietro la strage di Katyn, come ancora si occulta quella del raid sull’USS Liberty (AGTR-5), così la gerarchia episcopale statunitense ha mentito a quei ricercatori della John Jay University incaricati di valutare l’entità degli abusi nei propri territori: le diocesi, inficiando statisticamente le segnalazioni, hanno fatto sì che oggi reperendo su Google «abusi sessuali nella Chiesa cattolica» ci si imbatta nella notizia secondo cui «circa il 4 per cento dei sacerdoti americani tra il 1950 e il 2002 sia stato accusato in modo credibile di abusi». La realtà che i media oggi sopprimono è che la quota effettiva si aggira circa sul 23-25 per cento (e non il 4). Per fare un esempio, il cardinale Edwin O’Brien che diresse l’arcidiocesi per le Forze Armate dal 1997 al 2007 riferì nel 2004 del «due episodi» di abusi nel territorio dell’Ams, mentre in quel cinquantennio si registrarono oltre cinquecento segnalazioni. Nella mia stessa diocesi di Altoona Johnstown il tasso d’accusa è del 25,5 per cento (51 su 200 sacerdoti accusati).

Oltre a mentire sui tassi di preti colpevoli — che, secondo gli analisti, sarebbe da attribuirsi a un numero sproporzionato di vescovi, preti e seminaristi omosessuali in clandestinità — anche Papa e vescovi coprono figure quali il cardinale Roger Mahony, l’arcivescovo George Lucas, il vescovo Nicholas DiMarzio, il vescovo ausiliare Edward Grosz, e molti altri dei cui presunti illeciti — gli accusatori insistono — si dichiara che siano «non suffragati». Queste coperture, rese possibili dalle inchieste Vos Estis di fatto sbianchettate — nelle quali vescovi complici indagano altri vescovi corrotti — somigliano a quel «dimenticato» con cui nel 2016 il cardinale Robert McElroy liquidò le accuse di abusi mosse da Richard Sipe contro l’ex cardinale Theodore McCarrick.

Ora che Papa Leone ha nominato Maria Montserrat Alvarado, già presidente e direttore operativo delle EWTN News, prefetta del Dicastero vaticano della Comunicazione,one si può ben attendere dal mainstream e dai media cattolici altre Fake News sulla consolidata vicinanza di Papa Leone e dei vescovi verso le vittime. Se mai costoro nutrissero sincera sollecitudine, allora sì che avrebbero dato risposta a missive quali quella inviata l’11 novembre 2025 da una vittima d’abusi, la signora Lisa Roers — la quale, dopo l’indifferenza manifestatale da Papa Francesco in risposta al suo struggente video «La preghiera del predato», non ebbe alcuna replica.

Gene Thomas Gomulka è difensore delle vittime d’abusi sessuali, giornalista d’inchiesta, scrittore e sceneggiatore. Già capitano e cappellano della Marina statunitense (O6), docente di seminario e direttore diocesano per la pastorale della vita, ordinato sacerdote per la diocesi di Altoona-Johnstown, è stato nominato Prelato d’onore (monsignore) da San Giovanni Paolo II. Può essere contattato all’indirizzo: msgr.investigations@gmail.com.