Caro Valli,
ho letto con attenzione sul suo blog il commento del direttore di LifeSiteNews John-Henry Westen all’intervista rilasciata da Sua Eccellenza Mons. Athanasius Schneider al giornalista Robert Moynihan. Le parole del Vescovo ausiliare di Astana sollevano questioni di capitale importanza per la vita della Chiesa e rischiano, se non correttamente inquadrate, di generare un grave scandalo e una profonda confusione nel popolo di Dio. Con filiale rispetto per l’ufficio episcopale, ma con altrettanta fermezza per amore della verità, ritengo doveroso offrire una chiarificazione canonica e teologica su quanto Mons. Schneider ha affermato.
Egli rivela che diversi vescovi in via privata – e lui stesso pubblicamente – rifiutano l’ossequio dell’intelletto e della volontà ad alcuni insegnamenti del Magistero autentico di Papa Francesco, pur riconoscendolo formalmente come legittimo Pontefice. Si tratta di una posizione che, pur presentandosi come difesa dell’ortodossia, mina alle fondamenta la costituzione divina della Chiesa e l’essenza stessa del Primato Petrino.
Il Codice di diritto canonico, al canone 752, stabilisce: «Non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio dell’intelletto e della volontà deve essere prestato alla dottrina, che sia il Sommo Pontefice sia il Collegio dei Vescovi enunciano circa la fede e i costumi, esercitando il magistero autentico, anche se non intendono proclamarla con atto definitivo; i fedeli, perciò, procurino di evitare quello che con essa non concorda». Questo canone è il cuore del problema. Esso non riguarda i dogmi (per i quali è richiesto l’assenso di fede ex can. 750), ma il Magistero autentico non infallibile. Il canone 752 richiede un atto interno, una sottomissione filiale che riconosce nel Papa una guida assistita dallo Spirito Santo. Affermare, come fa Mons. Schneider, “non posso sottomettere il mio intelletto e la mia volontà” ad atti come “Amoris laetitia” o “Fiducia supplicans”, significa dichiarare pubblicamente la violazione del canone 752. Si configura così un’obbedienza “schizofrenica”: si riconosce l’autorità a parole, ma la si nega nei fatti. Il Romano Pontefice viene ridotto a un primus inter pares i cui insegnamenti sono sottoposti al “libero esame” del singolo vescovo. Questa non è una posizione cattolica.
Il canone 751 definisce lo scisma come il «rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti». I vescovi che “in privato” rifiutano la sottomissione vivono in uno stato di scisma interiore. Mons. Schneider, dichiarandolo pubblicamente, rende il suo atto materialmente scismatico e manifesto. Siamo davanti a un paradosso inaccettabile: chi, sulla base di un dubium iuris circa la validità della rinuncia di Benedetto XVI, giunge alla conclusione logica di non poter riconoscere l’autorità del successore, viene accusato di scisma. Chi, invece, afferma di riconoscere tale autorità ma ne rifiuta pubblicamente la sottomissione dovuta, viene acclamato come “difensore della Fede”. Perché è considerato scismatico chi dubita della legittimità dell’autorità e non chi riconosce la legittimità ma si sente autorizzato a disobbedire sistematicamente?
Mons. Schneider contesta anche il testo conciliare di “Lumen gentium” 16, dove si afferma che i musulmani “insieme a noi adorano un unico Dio”. Sua Eccellenza sostiene di non poter accettare questa idea, per la ragione che l’adorazione dei musulmani è solo “naturale” e sostanzialmente diversa da quella cristiana. È vero che il modo di adorare dei musulmani e quello dei cristiani sono sostanzialmente diversi, il malinteso di Mons. Schneider risiede nell’interpretazione che egli dà di LG16. Un’analisi teologica rigorosa dimostra che il passaggio conciliare è in piena continuità con la dottrina della Chiesa fin dalle sue origini.
La Sacra Scrittura: san Paolo parlando all’Areopago (At 17, 22-23) riconosce che i pagani adorano il “Dio ignoto”. Paolo non dice che adorano un demonio, ma che adorano senza conoscere Colui che lui annuncia.
La tradizione dei Padri: la dottrina del Logos Spermatikòs (da san Giustino e poi ripresa costantemente) insegna che ogni verità trovata nelle altre religioni è un “seme” del Verbo.
Il Magistero dei Papi: Papa Gregorio VII (1076), scrivendo al principe musulmano Anzir, affermò quasi mille anni prima del Vaticano II: “Noi e voi… crediamo e confessiamo un unico Dio, sebbene in modo diverso”.
San Tommaso d’Aquino: distingue tra l’oggetto della fede (Dio) e gli articoli di fede. Ammette una fede “implicita” nell’unico Dio e nella Sua Provvidenza (Summa Th. II-II, q. 2, a. 7).
“Lumen gentium” 16 non afferma che l’Islam sia una rivelazione parallela, né che i musulmani siano “salvati dalla loro religione”. Dice che sono “ordinati” al popolo di Dio e che il loro monoteismo è una “preparazione evangelica”. Il testo conclude infatti ricordando che molti, ingannati dal Maligno, scambiano la verità con la menzogna, motivo per cui la Chiesa sostiene con urgenza le missioni secondo il monito evangelico: «Predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). Mons. Schneider vede una falsa opposizione dove, invece, il Concilio riconosce un punto di convergenza oggettivo (il monoteismo) senza annullare la differenza essenziale (la fede trinitaria, la Rivelazione e la dottrina cattolica). Rifiutare questo punto è un atto di grave temerarietà teologica.
In definitiva, le varie dichiarazioni di Mons. Schneider nell’intervista del 26 febbraio scorso propagano un principio di dissoluzione pericoloso: l’obbedienza a Pietro condizionata al proprio giudizio privato. Questo crea una “chiesa nella Chiesa”, un Magistero parallelo dove ogni fedele diventa arbitro della verità.
Quale sarebbe, allora, l’atteggiamento giusto?
Se un cattolico avverte che il Magistero ordinario degli ultimi anni contrasta con la Tradizione, non può risolvere il problema con la disobbedienza sistematica pur riconoscendo l’autorità papale. Poiché il Magistero della Chiesa non può contraddirsi, è necessario un esame coraggioso e rigoroso della radice del problema: la legittimità dell’elezione di Francesco. È necessario interrogarsi seriamente sulla validità dell’atto di rinuncia di Papa Benedetto XVI. Solo affrontando il dubium sulla legittimità dell’autorità (che lo stesso Westen ora ha rivalutato nella sua lettera aperta del 23 febbraio scorso al Card. Sarah e con la petizione dal sottotitolo: «Francesco e Leone sono antipapi?» indirizzata ai Cardinali Burke e Sarah affinché correggano gli errori di Francesco e Leone XIV) si può uscire dall’impasse teologica attuale senza cadere nell’errore anticattolico di riconoscere un Papa per poi trattarlo come se non lo fosse.
In Domino,
p. Giorgio Maria Faré