Il resoconto dell’incontro del Dicastero per il Culto Divino con i vescovi di Panama —«pa na má?»— avverte del pericolo degli estremismi e menziona gruppi che suscitano divisione desiderando di comunicarsi in ginocchio o sulla mano e di portare il velo paolino. Tanto che le nostre pie, femminili, eleganti, discrete e sagge nonne avrebbero forse ricordato con sgomento la quintina:
Donna che sai pregare
nella lingua di Castiglia:
quando vai al tempio a orare,
non lasciare in casa
dimenticata la mantiglia.
Povere nonne divisive! Tutta la vita credendosi cattoliche e oggi verrebbero quasi anatematizzate da Roma per… polarizzatrici! Posso ancora evocare come mi commuovessero quelle donne che da bambino vedevo ricevere il Signore in ginocchio, con le mani giunte e una serietà che non escludeva la gioia, incorniciato il volto nella favorevole bionda. Non sapevano di stare ponendo una questione: credevano di ricevere Gesù Cristo; con una formazione molto meno elementare di quella di tanti odierni frate Gerundio, distinguevano tra il pane della mensa e il Pane dell’altare, e lasciavano che il corpo esprimesse la differenza.
San Francesco d’Assisi sarebbe risultato un caso complicato. Nella sua Lettera ai custodi chiedeva che calici, corporali e paramenti fossero preziosi, che il Santissimo fosse degnamente custodito e che la gente rendesse onore al Signore in ginocchio. Quest’uomo, così distaccato quando si trattava di vestirsi lui, diventava singolarmente esigente quando si trattava di Dio. La sua «altissima povertà» aveva un’allarmante eccezione eucaristica.
Santa Teresa di Gesù non avrebbe facilitato molto le cose. Abituata a chiamare il Signore «Sua Maestà», avrebbe avuto bisogno di qualche spiegazione per capire perché la familiarità dovesse esprimersi riducendo le riverenze. Si può immaginare il suo sopracciglio alzato, sotto il suo doppio velo da comunione, davanti a una pastorale preoccupata che nessuno ecceda nell’inchinarsi. La Santa conosceva bene l’intimità con Dio, ma non confondeva la confidenza con la rozzezza del cheap clericalismo postconciliare, così ridicolo.
Il Curato d’Ars aveva un procedimento catechetico di scarsa complessità amministrativa: indicava il tabernacolo e ripeteva: «Egli è lì». Trascorreva lunghe ore in adorazione e, così povero com’era, spendeva non poco per abbellire la chiesa. I suoi fedeli imparavano la Presenza eucaristica guardando il loro parroco inginocchiato davanti al Tabernacolo e amministrando la santa comunione sulla lingua dei fedeli, tutti ben confessati, e le donne con il velo. A quanto pare, allora non era divisivo che il sacerdote fosse così antico.
E san Carlo Acutis, che chiamava l’Eucaristia la sua «autostrada per il Cielo», cosa avrebbe detto degli «esagerati del Sacramento»? Non molto tempo fa qualcuno lo ha chiamato «maleducato eucaristico», non so se un Grillo, forse un cebollero. Ed è difficile immaginare che l’entusiasmo eucaristico di quel ragazzo allegro e contemporaneo trovasse pericolosamente polarizzante un inginocchiatoio. Forse gli avrebbe sorpreso che, essendoci tanto traffico verso nessuna parte, si ispezionasse con tanta cura chi cerca di arrivare al tabernacolo.
La questione delle mani merita qualcosa di più di un sorriso. La Chiesa permette di ricevere la Santa Comunione sulla mano, sì, ma l’indimenticabile Benedetto XVI ci ha insegnato a non tenerne troppo conto. Quando il contatto di mani non consacrate con l’Ostia diventa routine, non ci sono precauzioni per le particelle né il minimo segno visibile di adorazione, la pratica evidenzia una familiarità desacralizzante. Si continua ad affermare la Presenza reale, ma il modo di trattarla la sminuisce.
A proposito, Redemptionis Sacramentum protegge il fedele che desidera comunicarsi in ginocchio e riconosce sempre il suo diritto di ricevere sulla bocca. È un piccolo conforto documentale: le ginocchia contano ancora con qualche appoggio negli archivi della casa. Perché oggi, in una Chiesa impazzita di letizie e fiducie, ciò che più fa male è l’etichetta. Da chi custodisce il culto ci si aspetterebbe non solo comprensione ma simpatia verso quegli «eccessi di rispetto» che hanno accompagnato i santi e i nostri maggiori. Se bisogna correggere superbie e fazioni, si correggano, ma affinando la diagnosi:
Davanti a Dio vali tanto quanto ti umili:
mai l’uomo è più grande che in ginocchio.
I nostri padri piegavano le ginocchia e aprivano la bocca senza sapere, poveri, che questo era manifestativo di divisione, confusione, contrapposizione e strumentalizzazione.