Il primo documento è una lettera aperta al suo Vescovo, Mons. Munilla. Il secondo sono delle considerazioni per il Dicastero per la Dottrina della Fede davanti al processo avviato contro di lui, ora sospeso dal Decreto di Prevost, che accusa il Padre Vegara di contumacia nel suo «delitto contro la fede sub facti specie di scisma». Che il lettore attento possa giudicare dove si trovano la pertinacia e l'errore, e dove la verità e la fede.
Preghiamo per il Reverendo Padre Vegara affinché il Signore lo protegga, lo assista e la sua voce profetica risvegli e illumini molti in questi tempi di apostasia. Offriamo il seguente testo paulino come preghiera:
«Nella mia prima difesa nessuno mi assistette, anzi tutti mi abbandonarono. Non sia loro imputato. Ma il Signore mi assistette e mi diede forza perché, per mezzo mio, fosse proclamato pienamente il messaggio e lo udissero tutti i gentili. E fui liberato dalla bocca del leone» (2 Tm 4,16-17).
LETTERA APERTA A MONS. MUNILLA
Molto stimato don José Ignacio, Vescovo di Orihuela-Alicante:
Poiché nel Vaticano hanno completamente ignorato la mia argomentazione sul carattere eretico del magistero di Francesco e di Leone XIV, suppongo che sarebbe una perdita di tempo dirigente lì qualsiasi protesta; perciò la indirizzo a Sua Excia. Rvma., che mi ha sempre accolto cordialmente, e, non avendo avuto il diritto elementare alla difesa, mi prendo il diritto incontrollabile di una vibrata protesta.
Fino ad ora consideravo, come ho manifestato pubblicamente, eretici e anche antipapi Francesco e Leone; ma ben sa Sua Excia. Rvma. che tale considerazione l'ho espressa nel questionario inviato dal dicastero per la dottrina della fede, in modo esplicitamente condizionale, attestando la sfiducia nel mio giudizio fallibile; addirittura: ho supplicato affinché mi fosse fatta la carità di spiegarmi dove potevo sbagliare. Allora perché mi viene negata ogni spiegazione, chiedendomi una fede cieca e una rigida sottomissione, come se il cattolicesimo fosse ora una comunità di pecore che devono seguire fanaticamente un leader che soggioga con prepotenza sfrenata solo perché veste di bianco?
Accuso dunque senza condizione alcuna, ma basandomi sulla stessa arbitrarietà assoluta con cui sono stato trattato, ingiusto e despota anche contro Leone XIV, e anche calunniatore, poiché fonda tutto il decreto punitivo contro di me su una presunta contumacia, che non è mai stata chiarita, privandomi del diritto di difesa, e che risulta evidentemente contraddetta dal tenore delle mie risposte. Se sul tema degli eretici e antipapi potrebbe esserci una remota possibilità che io, che ovviamente non ho autorità magisteriale, fossi in errore, su quello della calunnia no, perché si tratta della mera verifica obiettiva di fatti concreti e non interpretabili.
Vedo solo due possibilità logiche: che Leone sia un irresponsabile e negligente, senza essersi informato minimamente prima di emettere un decreto supremo e definitivo, per chiudere precipitosamente il mio caso, oppure che sia un bugiardo sfacciato, occultando la condizionalità delle mie risposte, attribuendomi una falsa contumacia. Resta così evidente che la nuova giustizia sinodale è un sinonimo di quella rivoluzionaria di un tempo, dove si giudicava e si eseguiva sommariamente e rapidamente, e come risultato di una buona fede sinodale, che non è solo una riviviscenza del più feroce modernismo, ma che si impone anche, contraddicendo il carattere di tolleranza, misericordia e inclusività con cui si presenta, dato che nulla di tutto ciò mi è stato applicato: escluso e sanzionato nel modo più contundente e brutale.
Infine, tenga presente Sua Excia. Rvma. che continuo ad aspettare, con la grazia di Dio, di morire come figlio fedele della chiesa, ma di quella vera: la quale, a sua volta, rimane fedele fino alla fine all'integrità della dottrina cattolica dogmatica, poiché, al di fuori della verità, non rimangono che errore e tutto il corteo di mali, compresa la condanna.
Francisco José Vegara Cerezo, sacerdote escluso.
«fuori dalla verità, non ci sono che errore e tutto il corteo di mali, inclusa la condanna»
CONSIDERAZIONI AFFERENTI AL DICASTERIO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
Soprattutto, manifesto la mia totale e incrollabile adesione di fede alla dottrina della chiesa cattolica, così come si trova, ad esempio, nel catechismo della chiesa cattolica, promulgato da Giovanni Paolo II; in questa fede spero, con la grazia di Dio, di perseverare fino alla fine dei miei giorni, mantenendo la comunione con quanti condividono la stessa.
Ora, poiché logicamente affermare una cosa è negarne l'altra, chi con il senno di poi, a meno che non abbia intenti insinceri, metterà insieme a quella dottrina elementi che la contraddicono platealmente?
Da qui si esprime così Dz 705: (La sacrosanta chiesa romana) a quanti pertanto sentono in modo diverso e contrario, li condanna, riprova e sconsacra, e proclama che sono estranei al corpo di Cristo, che è la chiesa.
In Dz 1641 si aggiunge: Se qualcuno, cosa che Dio non voglia, pretendesse nel suo cuore di sentire in modo diverso da quello che ci è stato definito, sappia e abbia per certo che è condannato dal proprio giudizio, che ha naufragato nella fede, e si sia allontanato dall'unità della chiesa, e che inoltre, per lo stesso fatto, si sia sottoposto alle pene stabilite dal diritto, se ciò che sente nel cuore osi esprimerlo a parole o per scritto o in altro modo esterno.
Per questo il catechismo menzionato, nel trattare l'appartenenza alla chiesa, parla della necessità di mantenere i legami della professione della fede (p. 837), cosa che ovviamente impone di evitare tutto il contrario, come conferma Dz 274: Se qualcuno, seguendo i criminali eretici (…), si dedica a cercare temerariamente novità e esposizioni di un'altra fede, o libri o lettere o scritti (…) per distruggere la sincerissima confessione del Signore Dio nostro, e fino alla fine persevera facendo ciò impiamente senza pentimento, tale sia condannato nei secoli dei secoli.
Il problema, dunque, penso che non stia nella mia ferma volontà di mantenere l'integrità della dottrina cattolica, ma nella percezione che nel magistero di Francesco e di Leone XIV vi siano punti che contraddicono gravemente il magistero precedente, rendendo impossibile ogni obbedienza; perciò, riconoscendo umilmente che nella mia immensa ignoranza posso essere completamente in errore, e supplicando la carità affinché, in tal caso, mi venga dimostrato oggettivamente l'errore, il che è un diritto razionale indispensabile, affinché non si rompa la coerenza logica necessaria e non si cada nell'irrazionalità della fede, che non è il caso di quella cattolica, passo a esporre sinteticamente i punti principali di frizione.
In primo luogo, si trova l'approvazione formale del documento intitolato: Criteri di base per l'applicazione del capitolo VIII di Amoris laetitia, redatto dagli episcopali della regione pastorale di Buenos Aires, e che afferma:
6) Se si riconosce che, in un caso concreto, ci sono limitazioni che attenuano la responsabilità e la colpevolezza (cf. 301-302), specialmente quando una persona ritenga che cadrebbe in un'ulteriore colpa, danneggiando i figli della nuova unione, Amoris laetitia apre la possibilità di accesso ai sacramenti della riconciliazione e dell'eucaristia (cf. note 336 e 351); questi, a loro volta, dispongono alla persona di continuare a maturare e crescere con la forza della grazia.
La suddetta approvazione, che ha conferito forza magisteriale alla tesi del precedente documento, è avvenuta in una lettera del 5 settembre 2016, in cui si dice: Il testo è molto buono, e spiega pienamente il senso del capitolo VIII di Amoris laetitia; non ci sono altre interpretazioni, e sono sicuro che farà molto bene; il Signore ricompensi questo sforzo di carità pastorale.
Di fronte a questo, il magistero dogmatico insegna, prima di tutto, la necessità del dolore per il peccato e dell'intenzione di riforma, per ricevere l'assoluzione:
-Dz 897: La contrizione, che occupa il primo luogo tra gli atti del penitente menzionati, è dolore dell'anima e detestazione del peccato commesso, con proposito di non peccare più.
-Dz 914: Can. 4. Se qualcuno negasse che per la piena e perfetta remissione dei peccati sono necessari tre atti nel penitente a modo di materia del sacramento della penitenza, cioè: contrizione, confessione e soddisfazione, che si chiamano le tre parti della penitenza, (…) sia anatema.
Ma come potrà sentir dolore qualcuno, almeno in modo efficace, che non ha nessuna intenzione di cambiare la situazione di peccato, propria della convivenza adulterina?; e potrà tale persona, che non ha alcuna disposizione per l'assoluzione, ricevere la comunione, in modo non sacrilego?; la risposta viene di seguito:
-Dz 880: La consuetudine della chiesa dichiara necessario quell'esame per cui nessuno deve avvicinarsi alla sacra eucaristia con coscienza di peccato mortale, per quanto contrito sembri essere, senza precedere la confessione sacramentale.
-Dz 893: Se qualcuno dicesse che la sola fede è sufficiente preparazione per ricevere il sacramento della santissima eucaristia, sia anatema, e, affinché tale sacramento non venga ricevuto indegnamente, e, di conseguenza, per morte e condanna, il santo concilio stabilisce e dichiara che coloro che sono gravati dalla coscienza di peccato mortale, per quanto contriti si possano considerare, debbano necessariamente fare previa confessione sacramentale, facilmente accessibile a confessare; ma, se qualcuno tentasse di insegnare, predicare o affermare pigramente o anche pubblicamente sostenere il contrario, sia automaticamente escomunicato.
Come si potrà quindi compatibilizzare con queste gravi affermazioni la precedente affermazione secondo cui i adulteri conviventi possono ricevere lecito e anche fruttuosamente l'assoluzione e la comunione?; non sembrerebbe, più che altro, che si incappi nel contraddizione di sostenere un sacrilegio santificante?
In secondo luogo, si trova la dichiarazione, approvata da Francesco e pubblicata il 18 dicembre 2023, Fiducia supplicans, che contiene:
Nel nostro orizzonte si colloca la possibilità di benedizione di coppie in situazioni irregolari e di coppie dello stesso sesso.
Nel catechismo si afferma riguardo alla benedizione: Le benedizioni divine si manifestano in avvenimenti meravigliosi e salvifici (p. 1081), e allora risulta che la benedizione, che parte da un'azione divina, e si realizza in fatti salvifici, possa essere applicata a ciò su cui il catechismo si pronuncia così?: Affidandosi alla Sacra Scrittura, che le presenta come gravissime depravazioni (cf. Gn 19, 1-29; Rm 1, 24-27; 1 Co 6, 10; 1 Tm 1, 10), la Tradizione ha dichiarato sempre che ‘‘gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati” (congregazione per la Dottrina della Fede, decl. Persona umana, 8). Sono contrari alla legge naturale. Chiudono l'atto sessuale al dono della vita. Non derivano da una vera complementarietà affettiva e sessuale. Non possono ricevere approvazione in nessun caso (p. 2357), e c'è maggiore approvazione che la benedizione, che si fa a nome di Dio stesso, il quale dovrebbe benedire quindi ciò che nella Scrittura stesso ha condannato come abominevole?: Non consentirai con un uomo come con una donna, poiché tale cosa è abominazione (Lv 18, 22); non si tornerebbe così ad attuare di nuovo questa terribile citazione?: E ora a voi questa ordinanza, sacerdoti: (…) ‘Io lancerò su di voi la maledizione, e maledirò la vostra benedizione, e l’ho già maledetta’ (Ml 2, 1-2).
In terzo luogo, compare Dignitas infinita, approvata da papa Francesco il 25 marzo 2024, e dalla quale si dovrebbe estrapolare:
1. Una dignità infinita, che si fonda in modo inalienabile nel suo stesso essere, spetta a ogni persona umana, oltre ogni circostanza e in qualsiasi stato o situazione in cui si trovi. Questo principio, completamente riconoscibile anche solo con la ragione, fonda la supremazia della persona umana e la protezione dei suoi diritti.
6. Secondo papa Francesco «questo sorgente di dignità umana e di fraternità si trova nel Vangelo di Gesù Cristo»; ma è anche una convinzione a cui la ragione umana può arrivare mediante la riflessione e il dialogo.
Si osserva chiaramente come si parli di una dignità umana naturale infinita, poiché, anche se si arriva a citare il vangelo, esso non sarebbe necessario per fondare questa dignità che si considera ontologica e, di conseguenza, radicata nello stesso essere creato dell'uomo, e inoltre accessibile alla sua mera ragione naturale, che prescinde da ogni rivelazione e azione soprannaturale; di conseguenza, si eliminerebbero il peccato originale, che implica una indigenza mediana, e anche la redenzione e tutta la soprannaturalità, che ovviamente si basano sulla gratuità divina, mentre, come la dignità genera diritti, da una dignità infinita naturale deriverebbero presso Dio diritti altrettanto infiniti, e, più in concreto, il diritto alla salvezza, che diventerebbe una vera e propria esigenza per Dio, e impedirebbe ogni possibilità di condanna per l’uomo.
Come non vedere una contraddizione evidente già con queste citazioni evangeliche?: Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto (Mt 8, 8), e anche: Non sono degno neppure di sciogliergli il legaccio delle scarpe (Gv 1, 27).
I seguenti punti magisteriali mostrano, da un lato, come solo a Dio compete l’attributo di infinitezza, che indica il suo carattere eminente e la sua trascendenza rispetto a tutta la creazione, che non può essere parte né porzione sua, il che porterebbe al panteismo, e, dall’altro, come l’ordine soprannaturale sia radicalmente diverso da quello naturale, e non imponga nessun dovere a Dio:
-Dz 31: Se qualcuno dicesse e credesse che l’anima umana è una porzione di Dio, o che è sostanza di Dio, sia anatema.
-Dz 1782: La santa chiesa cattolica, apostolica e romana crede e confessa che c’è un solo Dio vero e vivente, creatore e signore del cielo e della terra, onnipotente, eterno, immenso, incomprensibile, infinito nella sua intendimento e volontà e in tutta la perfezione, il quale, essendo una sola sostanza spirituale, singolare, assolutamente semplice e immutabile, deve essere predicato come distinto dal mondo, reale e essenzialmente, felicissimo in sé e di sé, e inefabilmente sovrano oltre ogni cosa che possa esistere o essere concepita fuori di lui.
–Dz 2108: Al puro e sfacciato panteismo conduce l’altra dottrina sull’inmanenza divina, perché domandiamo: questa inmanenza distingue o no Dio dall’uomo?; (…) se non lo distingue, abbiamo il panteismo; (…) Dio è una cosa sola e identica con l’uomo; da qui il panteismo.
–Dz 2318: Alcuni (…) traviano il concetto di «gratuità» dell’ordine soprannaturale, poiché ritengono che Dio non possa creare esseri intelligenti, senza ordinarli e chiamarli alla beatifica visione.
Inoltre questa proposizione è condannata, che rende accessibile lo soprannaturale alla ragione umana:
-Dz 1704: Tutte le verità della religione derivano dalla forza nativa della ragione umana; da ciò che la ragione è la norma principale, per cui l’uomo può e deve raggiungere la conoscenza delle verità di ogni genere che siano.
In quarto luogo, e già nel magistero di Leone XIV si può leggere nel settimo punto del documento In unitate fidei, del 23 novembre 2025: La divinizzazione è, quindi, la vera umanizzazione.
Dato che la natura divina e quella umana sono, come tali, inconmensurabili tra loro, in quanto separate dalla trascendenza della prima, come può questa essere considerata il fine e la perfezione della seconda?
Come non pensare che il fallimento di Dignitas infinita risulta addirittura superato, poiché ora non solo si introdurrebbero diritti divini nella natura umana, ma si arriverebbe a mettere la culminazione di questa nel raggiungimento di quella divina, che allora non sarebbe più propriamente trascendente, e la sua donazione non richiederebbe più grazia estricta?
Questi testi dogmatici si contraddicono infatti:
-Dz 432: Quando la Verità stessa (…) dice: «Siate perfetti, come il vostro Padre celeste è perfetto», è come se dicesse più chiaramente: «Siate perfetti per la perfezione della grazia, come il vostro Parte celeste è perfetto per la perfezione della natura», cioè: ognuno a suo modo, perché non può affermarsi tanta somiglianza tra il creatore e la creatura, senza che si debba affermare maggiore dissimilitudine. Se qualcuno dunque osa difendere o approvare in questo punto la dottrina del predetto Gioacchino (di Fiore), sia per tutti respinto come eretico.
-Dz 1804: Se qualcuno dicesse che le cose finitive, ora corporee, ora spirituali, o perlomeno le spirituali, sono emerse dalla sostanza divina, o che l’essenza divina si fa di tutte le cose per manifestazione o evoluzione di sé, sia anatema.
La detta lettera apostolica arriverebbe al limite di contraddirsi, cadendo nello stesso grave errore che si sarebbe precedentemente criticato: l’“auto-deificazione” o tentazione originale di voler diventare come Dio, poiché, come tutta la natura ha diritto di raggiungere da sé la propria perfezione, si desume che, se la perfezione dell’umana consiste nel raggiungere la divinità, questo traguardo non dipende più da grazia alcuna, che resta sempre soprannaturale e immeritata, ma che è invece dovuto strettamente alla natura umana, e l’uomo non farebbe altro che onorare il proprio diritto, chiedendolo a Dio; a questo proposito, risulta particolarmente illuminante la seguente sentenza:
-Dz 2290: Tengano per norma generale e incontrovertibile coloro che non vogliono allontanarsi dalla dottrina genuina e dal vero magistero della chiesa, che devono respingere, nel caso di questa unione mistica, ogni forma di essa che faccia ai fedeli passare di qualsiasi modo l’ordine delle cose create, e invada erroneamente il divino, in modo che si possa dire di loro, come proprio, uno solo degli attributi della divinità sempiternna, e inoltre sosterranno fermamente e con certezza che in queste cose tutto è comune alla santissima Trinità, dato che tutto si riferisce a Dio come alla causa suprema efficiente.
La questione cruciale che si pone allora, è quella di come compatibilizzare i testi magisteriali segnalati di Francesco e di Leone con quelli non meno magisteriali che sembrano contrastanti, considerando che tutto il magistero pontificio, anche quello ordinario, si suppone assistito dallo Spirito Santo, come spiega il punto 892 del catechismo, e ovviamente, come afferma l'apostolo in 2Tm 2, 13, non può essere che lo Spirito Santo, che rimane fedele al nostro infedeltà, si contraddica, negandosi, ma proprio ciò sventola contro questa pretesa: Pipìte di coloro che chiamano male il bene, e bene il male, che pongono la luce nelle tenebre, e le tenebre nella luce (Is 5, 20).
In sintesi, là si trova la confusione di coscienza che mi assale, secondo il proverbio che dice che chi agisce contro coscienza edifica per l’inferno, e si chiede di capire che senza la sua soddisfazione non sarei in grado di riconoscere e rispettare ciò che si richiede dal magistero di Francesco e di Leone XIV.
Francisco José Vegara Cerezo, sacerdote della diocesi di Orihuela-Alicante.