Esistono i voltafaccia, e poi esiste Taylor Marshall.
La gente comune cambia idea perché scopre un fatto nuovo o perde una discussione. Marshall riesce in qualcosa di assai più atletico. Sa spostarsi da un capo all'altro di una controversia cattolica tradizionale continuando a sostenere di aver occupato esattamente lo stesso lembo di terreno teologico per tutto il tempo.
Nulla è cambiato.
Taylor è sempre Taylor.
È cambiata la FSSPX. Sono cambiate le circostanze. È cambiata la pergamena. È cambiato il vento. Forse è cambiata la pressione barometrica sopra Écône.
Solo non dite che Taylor Marshall è cambiato.
La cosa notevole è che Marshall stesso ha fornito quasi tutti gli elementi di prova necessari a istruire il processo. Hiraeth segnalava questa tendenza ben prima di luglio. Lo scorso agosto scrissi «Which Way Today, Tay?» a proposito del suo brusco ammorbidimento nei confronti di Leone XIV, dopo aver additato Robert Prevost, prima del conclave, come uno scenario da incubo. In luglio, dopo le consacrazioni della FSSPX, feci seguito con «Spin, Taylor, Spin», irridendo la peculiare teologia di un uomo le cui conclusioni sembrano farsi assai meno certe quando la resistenza di ieri crea problemi al posizionamento ecclesiastico di oggi.
Le settimane trascorse hanno fatto invecchiare splendidamente la battuta.
Da dodici vescovi allo scandalo dei quattro vescovi

Cominciamo dall'ammissione più gustosa del podcast di Marshall del 7 luglio.
Prima delle consacrazioni episcopali del 1° luglio, dice Marshall, «avevo sostenuto la FSSPX». Quanto sostenuta?
«A un certo punto arrivai perfino a dire che forse avrebbero dovuto fare 12 vescovi, due per ogni continente, non solo quattro.»
Poi ha assistito alla cerimonia.
La FSSPX ha prodotto il testo che spiegava il preteso mandato di necessità, e Marshall ha provato «un senso di profondo sgomento». Dice che, quando ha visto la pergamena arrotolata con il suo nastro rosso, «capii che tutto era cambiato».
A quanto pare, la differenza tra un Taylor Marshall convinto che dodici vescovi potessero essere prudenti e un Taylor Marshall che condanna quattro vescovi come un disastro ecclesiastico era un nastro.
È magnifico.
Immaginate di essere don Davide Pagliarani. Un noto commentatore cattolico tradizionale medita pubblicamente che forse la vostra Fraternità mondiale ha bisogno di dodici nuovi vescovi. Voi ne consacrate quattro. Una settimana dopo lo stesso commentatore fissa mestamente la telecamera chiedendosi dove abbiate trovato tanta audacia.
La difesa di Marshall è di non aver mai approvato consacrazioni senza un mandato romano.
È un'assurdità, perché Marshall sapeva che la Fraternità non aveva alcun mandato romano prima che le consacrazioni avvenissero. Ma anche a voler credere a questo, ciò non cancella l'evidente continuità tra il problema che egli stesso riconosceva e la rivendicazione di necessità su cui la FSSPX ha infine agito. Se Marshall riteneva che una Fraternità con vescovi anziani e un apostolato mondiale potesse ragionevolmente aver bisogno di dodici successori, allora quella necessità episcopale di fondo non è svanita d'improvviso quando Leone ha detto no alla Fraternità.
L'argomento della FSSPX non è mai stato che il 1° luglio possedesse proprietà mistiche.
Il suo argomento era che Roma era stata interpellata ripetutamente, che il dissenso dottrinale restava irrisolto, che i suoi vescovi invecchiavano, e che la provvista per la continuità episcopale non poteva più essere lasciata indefinitamente nelle mani di autorità attivamente ostili alla posizione teologica della Fraternità. La cronologia della FSSPX registra contatti ripetuti con Roma, comprese richieste di udienza a Leone, incontri con il cardinale Fernández, corrispondenza, consegna dei dossier dei candidati e appelli proseguiti fino a giugno.
Marshall non può comportarsi come se Pagliarani si fosse svegliato una mattina, avesse trovato quattro mitre di scorta in sagrestia e avesse annunciato il 1° luglio per puro divertimento.
Il terrificante nastro rosso

Marshall torna di continuo su quella pergamena.
La cerimonia chiedeva il mandato apostolico. La Fraternità non ne aveva alcuno da parte di Leone. Fu invece letto un testo che affermava la necessità della Chiesa e la giustificazione della Fraternità nel procedere.
Marshall chiama tutto ciò «dissimulazione». Lo descrive ripetutamente come un «mandato fasullo». Nel suo racconto, la pergamena arrotolata sembra aver acquisito all'incirca il significato teologico del martello di Martin Lutero.
Eppure la Fraternità non fingeva segretamente che Leone avesse firmato un documento.
Tutti sulla terra sapevano che Leone aveva negato il permesso.
Lo sapeva la FSSPX. Lo sapeva Roma. Lo sapevano le migliaia di presenti. Lo sapeva chiunque avesse aperto un sito di notizie cattoliche nei cinque mesi precedenti.
La Fraternità avanzava esattamente la stessa rivendicazione di monsignor Lefebvre nel 1988: che una necessità straordinaria forniva il fondamento morale per un atto che normalmente richiede l'autorizzazione papale. Definire questo argomento uno stratagemma per ingannare la gente facendole credere che vi fosse un vero mandato papale rasenta la parodia.
La FSSPX ha perfino descritto pubblicamente la cerimonia, in seguito, come compiuta senza mandato pontificio, difendendola in base alla necessità.
Bell'inganno.
Marshall stesso ammette che prima del 1° luglio comprendeva l'argomento ed era abbastanza favorevole da suggerire dodici vescovi. Poi l'espressione cerimoniale di quell'argomento gli ha procurato «sgomento».
A quanto pare la teologia sacramentale dipende ormai dalla cartoleria.
«Non sono cambiato, ragazzi»

Marshall ha dedicato un'intera trasmissione, il 23 luglio, all'accusa di aver fatto marcia indietro.
«Non sono cambiato, ragazzi. Sono lo stesso Taylor Marshall», insiste. Ciò che è cambiato è la FSSPX.
Poi ricorre al suo libro del 2019, Infiltration, per dimostrare la propria coerenza. In quel libro rigettava il sedevacantismo e difendeva il recognize-and-resist. Continua a farlo, dice. Dunque non vi è stato alcun cambiamento.
È un avvocato che risponde a una domanda che nessuno ha posto.
L'accusa non è che Taylor sia segretamente diventato sedevacantista nel 2024 per tornare al recognize-and-resist nel 2026.
È che il contenuto pratico della sua «resistenza» sembra rimpicciolirsi ogni volta che la resistenza giunge al punto in cui si esige qualcosa di serio.
Sotto Francesco, la resistenza suonava eroica. Marshall ha costruito un pubblico enorme raccontando infiltrazione, corruzione, rivoluzione liturgica e i fallimenti dell'autorità romana. Invocava Galati 2,11: Paolo resistette a Pietro «a viso aperto».
Poi arriva Leone.
D'improvviso sentiamo: calmatevi. Dategli tempo. Non giudicate. Lasciate che «le grazie del papato facciano effetto». Marshall si lamenta esplicitamente che i sedevacantisti cerchino di spingere la gente a rigettare Leone, e presenta il proprio ruolo come quello di chi frena tutti.
Questo è il recognize-and-resist dopo che la resistenza è stata riposta in un contenitore a prova di bambino.
Riconoscere Leone.
Riconoscere la sua autorità.
Riconoscere le sue restrizioni.
Riconoscere la sua condanna della FSSPX.
Riconoscere il suo mantenimento del regime liturgico di Francesco.
E resistere principalmente girando un altro video su YouTube che spiega perché dobbiamo restare calmi.
San Paolo ad Antiochia è diventato san Paolo in attesa di vedere come andranno le prossime nomine trimestrali del personale.
Leone riceve una linea di credito illimitata

Il modo in cui Marshall tratta Leone è forse l'esempio più chiaro del problema.
Già a fine luglio Marshall ammetteva che il cardinale Roche riteneva che Summorum Pontificum non sarebbe tornato e che Leone non aveva fornito alcuna prova di voler revocare Traditionis Custodes. Descriveva le restrizioni di Francesco come un «oscuro giorno d'infamia» che aveva chiuso luoghi di Messa tradizionale in tutto il mondo. Eppure il suo istinto restava quello di distinguere Leone dal programma portato avanti sotto Leone.
In agosto Marshall si è spinto oltre. Ha concesso che Leone sembrasse «leggermente contrario» alla Messa tradizionale, ma ha poi prodotto un'elaborata scusante psicologica. Leone è cresciuto nel Novus Ordo. Era un missionario. I sacerdoti spesso non riflettono molto a fondo sulla liturgia. Probabilmente non si tratta di qualcosa di «sinistro» o «malevolo». È perlopiù clero anziano che fa ciò che conosce.
È esattamente ciò che Hiraeth documenta dal 2025.
Sotto Francesco, gli atti avversi erano prove.
Sotto Leone, gli atti avversi richiedono una biografia.
Francesco limita la Messa: persecuzione.
Leone lascia intatte le restrizioni: forse non ha riflettuto abbastanza a fondo sui paramenti.
Il Vaticano di Francesco attacca la Tradizione: rivoluzione.
Il Vaticano di Leone attacca la FSSPX: sfortunata gestione del personale.
Il principio teologico sembra essere che ogni uomo eletto dopo Francesco riceva in omaggio un anno di innocenza ecclesiastica.
Taylor scopre che Francesco potrebbe essere un intercessore

Poi Marshall supera se stesso.
Il 10 settembre parla del pellegrinaggio tradizionale spostato da San Pietro a Santa Maria Maggiore. Nota che vi è sepolto san Pio V. Naturalmente Marshall prega alla tomba del grande papa domenicano legato al rito romano tradizionale.
Poi si sposta da Francesco.
Marshall dice:
«Prego per lui e gli chiedo di pregare per me.»
Pochi secondi dopo dice di affidare Francesco «alla misericordia di Dio».
Leggete insieme questi due pensieri.
Marshall prega per Francesco perché Francesco potrebbe aver bisogno di misericordia dopo la morte.
Marshall chiede a Francesco di pregare per Taylor come se Francesco godesse già della visione beatifica.
Scelga una corsia, Dottore.
Esiste una legittima distinzione cattolica che merita di essere fatta. Le richieste private di intercessione non sono identiche al culto pubblico di un santo canonizzato. Anzi, le cause di canonizzazione raccolgono storicamente relazioni di grazie attribuite all'intercessione di un defunto, mentre il diritto canonico riserva la venerazione pubblica a coloro che sono ufficialmente annoverati tra i beati o i santi.
Il problema, dunque, non è semplicemente: «Francesco non è stato canonizzato, perciò nessun cattolico potrebbe mai chiedergli privatamente di pregare».
Il problema è la presunzione sbalorditiva in questo caso particolare.
Francesco non è morto con una diffusa e consolidata fama tradizionale di santità. È morto dopo un pontificato segnato da enormi controversie dottrinali. Nel 2017 chierici e studiosi cattolici emisero una formale correzione filiale accusandolo di propagare sette proposizioni eretiche riguardanti il matrimonio, la morale e l'Eucaristia.
Francesco firmò poi il documento di Abu Dhabi, in cui si afferma che il «pluralismo e la diversità delle religioni» sono voluti da Dio. Approvò Fiducia Supplicans, aprendo la porta alle benedizioni non liturgiche di coppie dello stesso sesso. Il suo pontificato generò dubia proprio perché dei cardinali ritenevano che questioni fondamentali riguardanti la rivelazione, la morale sessuale e la dottrina della Chiesa esigessero chiarimenti.
I cattolici tradizionali hanno passato un decennio ad ascoltare Marshall spiegare perché tutto ciò fosse catastrofico.
Ora sta davanti alla tomba di Francesco e gli chiede di mettere una buona parola per lui.
Non c'è satira che possa competere con questo.
Il vecchio Taylor Marshall avrebbe dedicato un episodio di settanta minuti a un altro influencer cattolico tradizionale che avesse fatto esattamente la stessa cosa.
Il nuovo Taylor Marshall lo definisce commovente.
L'uomo che scrisse «Infiltration» ora ha bisogno di una parola di sicurezza

Qui c'è una contraddizione ancora più profonda.
Marshall continua a dire che la tesi di Infiltration è vera. I modernisti hanno infiltrato la Chiesa istituzionale. I lupi sono entrati in veste di pecore. La crisi è reale. La riforma liturgica contiene innovazioni fabbricate. Il Novus Ordo ha elementi che non si sono sviluppati organicamente dalla tradizione romana. Dice tutto questo lui stesso, perfino mentre discute della difesa della liturgia riformata da parte di Leone.
Meraviglioso.
Allora traete la conclusione.
Se l'infiltrazione che Marshall ha passato anni a documentare ha penetrato le nomine episcopali, i seminari, la Curia, la riforma liturgica e la vita dottrinale, perché l'arrivo di un altro prodotto di quella struttura istituzionale crea d'improvviso la presunzione che tutto ciò che promana dall'ufficio meriti una deferenza pressoché illimitata?
La soluzione di Marshall è sempre la stessa contraddizione: la Chiesa è stata profondamente infiltrata, ma il meccanismo attraverso cui gli infiltrati esercitano l'autorità dev'essere creduto ogni volta che produce un comando concreto.
È così che si scrive Infiltration e si finisce per rimproverare monsignor Lefebvre di aver resistito all'istituzione infiltrata. È così che si passano anni a documentare la devastazione dottrinale di Francesco per poi chiedere a Francesco delle preghiere. È così che si suggeriscono dodici vescovi della FSSPX in linea di principio e se ne rifuggono quattro nella realtà.
L'emergenza è sempre terribile finché qualcuno non agisce davvero come se ci fosse un'emergenza.
Una banderuola tradizionalista con tanto di dottorato

Marshall ha certamente il diritto di riconsiderare le proprie opinioni.
Le persone dovrebbero cambiare idea quando le prove lo giustificano.
Ciò che diventa ridicolo è l'incessante insistenza sul fatto che nessun cambiamento sia avvenuto.
Disse al suo pubblico che quattro vescovi potevano essere troppo pochi.
Ne comparvero quattro.
Si rivoltò contro quella decisione.
«Non sono cambiato.»
Passò gli anni di Francesco a divulgare la resistenza a un'autorità romana corrotta.
Arrivò Leone.
Ora la prudenza significa attendere, sospendere il giudizio e concedere alle mistiche «grazie del papato» più tempo per maturare.
«Non sono cambiato.»
Per anni ha cronacato il disastro dottrinale di Francesco.
Ora visita la tomba di quell'uomo, prega per la sua anima e nel contempo ne richiede l'intercessione.
Sempre lo stesso Taylor.
A un certo punto la coerenza diventa infalsificabile. Qualunque cosa Marshall dica oggi prova che ci credeva ieri, perché Taylor Marshall ci assicura che Taylor Marshall è sempre stato Taylor Marshall.
Forse è questa la vera dottrina che tiene insieme l'intero sistema.
Hiraeth lo definì una banderuola l'anno scorso.
Devo delle scuse alle banderuole.
Almeno loro ammettono quando il vento cambia.