L’ultimo articolo di padre James Martin, pubblicato sul sito Outreach, non ha nulla di anodino. Il gesuita americano, che da molti anni perora un’evoluzione dell’approccio della Chiesa sulle questioni legate all’omosessualità, mette in discussione i criteri che portano Roma a non ammettere al sacerdozio gli uomini che presentano tendenze omosessuali profondamente radicate qualora vivano fedelmente il celibato.
Presentata come un interrogativo legittimo, questa presa di posizione si inserisce in un dibattito già definito dal Magistero. Poiché su questa questione precisa, la Chiesa non si è limitata a esprimere un’opinione pastorale: ha pubblicato un documento dottrinale di riferimento. Il 4 novembre 2005, la Congregazione per l’Educazione Cattolica pubblicava l’«Istruzione sui criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone che presentano tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri». Approvato da Benedetto XVI, questo testo rimane ancora oggi il riferimento ufficiale della Chiesa in materia di discernimento delle vocazioni sacerdotali.
Contrariamente a quanto fa intendere padre Martin, la questione non si riduce al rispetto del celibato. L’Istruzione ricorda che il sacerdozio non è semplicemente una funzione o un impegno di servizio. Mediante il sacramento dell’Ordine, il sacerdote è configurato a Cristo, Capo, Pastore e Sposo della Chiesa. Tutta la sua vita è chiamata a riflettere questa configurazione, in particolare attraverso una vera maturità affettiva e un’autentica paternità spirituale. È in questa prospettiva teologica che deve essere discernuta ogni vocazione sacerdotale.Il documento ricorda poi l’insegnamento costante della Chiesa sull’omosessualità. Riprendendo il Catechismo della Chiesa Cattolica, distingue chiaramente gli atti omosessuali, qualificati come intrinsecamente immorali, dalle tendenze omosessuali profondamente radicate, considerate oggettivamente disordinate. Allo stesso tempo, ricorda che le persone interessate devono essere sempre accolte con rispetto e senza discriminazione ingiusta.
L’Istruzione formula allora una conclusione senza ambiguità: «La Chiesa, pur rispettando profondamente le persone interessate, non può ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta « cultura gay ».»
Questa posizione è motivata da una riflessione teologica sul sacerdozio. Il documento spiega che questi candidati «si trovano in una situazione che ostacola gravemente una relazione corretta con gli uomini e le donne» e aggiunge che la Chiesa «non può in alcun caso ignorare le conseguenze negative che potrebbero derivare dall’ordinazione di persone che presentano tendenze omosessuali profondamente radicate».
In altre parole, Benedetto XVI risponde direttamente all’argomento centrale di padre Martin. Il discernimento vocazionale non consiste solo nel verificare che un candidato osservi il celibato; riguarda anche le qualità umane, affettive, spirituali e pastorali necessarie per rappresentare sacramentalmente Cristo Sposo della Chiesa ed esercitare una vera paternità spirituale. L’Istruzione prevede del resto un caso particolare: quando le tendenze omosessuali sono solo transitorie, ad esempio legate a un’adolescenza ancora incompiuta, devono essere state superate chiaramente almeno tre anni prima dell’ordinazione diaconale. Questa precisazione mostra che la Chiesa procede per discernimento e non per automatismo. Infine, il documento ricorda un principio fondamentale: nessuno possiede un diritto al sacerdozio. La vocazione è una chiamata di Dio discernita dalla Chiesa. Spetta al vescovo, dopo aver consultato i formatori, giudicare se un candidato possiede tutte le qualità richieste. In caso di dubbio serio, non deve procedere all’ordinazione. L’Istruzione aggiunge che sarebbe gravemente contrario alla verità che un candidato dissimuli volontariamente la propria omosessualità al fine di accedere agli ordini sacri.
Vent’anni dopo la sua pubblicazione, questa Istruzione rimane la risposta ufficiale della Chiesa a un dibattito che alcuni presentano come nuovo. Molto prima delle attuali controversie, Benedetto XVI aveva già ricordato che il discernimento delle vocazioni sacerdotali non può essere dissociato dalla teologia del sacerdozio, dalla natura del ministero ordinato e dal bene della Chiesa.